Riconoscere il senso del lavoro non è facile di questi
tempi.
La Costituzione ci ricorda che la Repubblica è fondata sul
lavoro.
La stessa dottrina sociale della Chiesa non ha mai cessato
di rammentarci che la dignità di ciascuna donna e di
ciascun uomo è inscindibilmente legata al lavoro,
strumento di sostentamento ma anche di formazione umana.
Oggi non è semplice per un giovane, per un precario, per
un disoccupato non più in giovane età, comprendere e
declinare nella propria vita queste affermazioni e questi
principi.
Lo dico pensando alle tante persone che esprimono le loro
difficoltà o addirittura l'impossibilità di lavorare.
Il primo maggio ci invita a pensare qualcosa di nuovo.
I modelli tradizionali, il posto fisso, forse non sono più
possibili. Ma è altrettanto vero che senza un lavoro, ed
un lavoro stabile difficilmente una persona può
dignitosamente pensare al proprio futuro e costruire il
futuro di una comunità civile.
Non vorrei che il lavoro diventasse, nell'immaginario
collettivo e con un po’ di rassegnazione, un privilegio di
pochi.
Forse c'è molto da reiventare nei modelli produttivi e
nelle relazioni sindacali, specie nella vecchia Europa.
Purchè ogni sforzo vada nella direzione non tanto del
mercato, della finanza e delle borse, ma soprattutto in
quella del lavoro e dei lavoratori.
Il Governo si impegni a sostenere veramente politiche di
crescita. A togliere i vincoli del patto di stabilità,
consentendo ai comuni virtuosi di aprire cantieri e dare
lavoro alle imprese; si impegni a sostenere la spesa sociale
per aiutare chi il lavoro non l'ha più.
Il primo maggio sia occasione propizia per ridare fiducia ai
giovani e per onorare degnamente la memoria dei tanti,
troppi lavoratori che sono caduti sul lavoro.
maurizio marello





