Settanta dipinti di Matteo Olivero, sono tornati a casa, nella via in cui sono stati dipinti, in Salita al castello a Saluzzo, a pochi metri dallo studio in cui lavorò dal 1905 al 1930.
Il ritorno, che inaugura la nuova pinacoteca comunale a lui dedicata, all’ultimo piano dell’Antico palazzo comunale, è stata salutata ieri sera, venerdì 18 gennaio, da molti cittadini, insieme ad autorità e critici d’arte e da una folta rappresentanza della Val Maira, terra in cui il pittore nacque (a Pratorotondo di Acceglio) nel 1879.
“Da tempo si preparava questo appuntamento" – ha esordito il sindaco Paolo Allemano, riassumendo il percorso di 15 anni, che ha visto studi di fattibilità nel 2001 (con l’allora conservatore di Casa Cavassa Elena Pianea) e nel 2008, parallelamente alla ristrutturazione in più tranche dell’antico palazzo comunale, uno dei monumenti simbolo di Saluzzo, nei quali la Fondazione CrCuneo (rappresentata ieri dal consigliere Onorato Rostagno) è intervenuta con erogazioni di 100mila euro a lotto.
“Matteo Olivero, un fenomeno “carsico” molto importante nel nostro territorio – lo ha definito il sindaco – che diventa patrimonio della collettività, in cui sono percepibili tuttora i suoi passaggi, nei legami di conoscenza e di famigliarità con molti “ ha continuato Allemano, ricordandone alcuni, tra i quali quello del saluzzese Nino Tagliano, il cui padre frequentava il pittore e che del pittore, scrisse un volume e curò due mostre. “Collochiamo 70 delle sue opere in modo permanente e in modo scientifico, nella città che ha abitato. Una cosa è l’avventura di trovarsi in municipio in via Macallè, dove la collezione intera era esposta nei corridoi e nella sala rossa, altra cosa è lo spazio restaurato per questa destinazione d’uso, con il quale diamo coerenza e dignità artistica a questo pittore che continua ad essere una presenza quasi fisica ed è una rappresentazione del Marchesato”.
“Con questo allestimento, realizzato, nonostante qualche perplessità iniziale, in un edificio storico, con parametri museali accettabili e con la firma, che è una garanzia, di Rosanna Maggio Serra. – ha rimarcato Valeria Moratti, funzionario della Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico del Piemonte - si dà all’opera di Matteo Olivero, che non è solo un pittore locale, un’altra valenza di fruibilità artistica”.
La personalità del pittore è stata tracciata da Rosanna Maggio Serra, già direttrice della Gam di Torino, che ha curato l’esposizione con l’architetto Roberto Pagliero. “Sono imbarazzata a parlare di Matteo Olivero a Saluzzo, perchè i saluzzesi ne sanno più di me - ha esordito - Nonostante sia un artista studiato, su di lui aleggia la leggenda, per la povertà delle sue origini, per la dedizione della madre nei suoi confronti e la sua nei confronti di lei”.
Una chiave di lettura importante, la madre, Lucia Rosano, che lo mette al mondo all’età di 35 anni, cosa non comune per una donna di fine ‘800, con il padre che la sposa in “articulo mortis”. Riflessioni da cui partire per comprendere il percorso del giovane, nato in una sperduta frazione della Valle Maira che diventa artista ricercato dell’epoca, dopo aver potuto frequentare l’Accademia, una scuola giudicata allora, anche dalle classi più elevate, senza sbocco sicuro per un giovane e su cui lei, la madre, gioca invece la carta vincente.
“Ho apprezzato la vita di questa donna che trovo straordinaria per aver saputo imporre il suo punto di vista - ha continuato la critica d'arte - Si dedica in modo totale al figlio. Un amore intenso, anche inibitorio che isola Matteo Olivero dal mondo intellettuale”
La biografia di Matteo Olivero
Rosanna Maggio Serra studiosa di primo piano dell’800 piemontese, traccia la biografia del pittore:
Dopo Cuneo frequentò l’Accademia Albertina di Torino dove fu allievo di Giacomo Grosso, Paolo Gaidano e Pier Celestino Gilardi e degli scultori Odoardo Tabacchi e Luigi Belli. Diplomato con onore nel 1903, già da qualche anno aveva iniziato ad esporre sculture e dipinti sensibili ai temi del socialismo umanitario presente nella cultura piemontese di quegli anni. Si dedicava intanto anche al ritratto e al paesaggio.
Capitali furono per lui la conoscenza dell’opera di Segantini e l’incontro alla Quadriennale torinese con Pellizza da Volpedo (1902). L’interesse del pittore, affascinato dalla tecnica divisionista, si concentrò da allora sulla ricerca luminosa applicata al paesaggio. Nel 1905, lasciata Torino, si stabilì a Saluzzo dove visse sempre con la madre, continuando a coltivare rapporti nazionali e internazionali e aprendo uno studio a Torino nel 1911.
Il suo tema prediletto e quasi esclusivo divenne il paesaggio delle valli cuneesi.Determinante per la sua carriera nei primi anni fu la frequentazione del gruppo parigino che faceva capo all’Union Internationale des Beaux-Arts des Lettres des Sciences et de l’Industrie, associazione artistica con cui era venuto in contatto attraverso Alexis Mérodack-Jeaneau organizzatore di cultura, pittore e scultore, fondatore nel 1904 della rivista “Tendances Nouvelles”.
A questo periodico Olivero collaborerà dal 1904 e prenderà parte ad esposizioni e congressi del gruppo, che raccoglieva artisti di varia tendenza, anche d’avanguardia, a cominciare dal 1905. Iniziò così un periodo di intensa attività, con più mostre all’anno in sedi prestigiose italiane e straniere. Appoggiato dai maestri dell’Accademia torinese, nel 1905 venne accettato alla Biennale di Venezia dove fu successivamente invitato e nel 1914 consacrato come figura di spicco tra i divisionisti italiani.
Innumerevoli le presenze ad esposizioni torinesi e italiane. Fino alla Grande guerra la sua carriera sarà fortunata, ricca di premiazioni, attestati e vendite. Furono soprattutto i suoi grandi paesaggi degli amatissimi monti cuneesi a stabilire il suo successo, visioni vaste e molto definite, sorrette da un talento infallibile per le gradazioni e gli stacchi luminosi, che celebrano al limite della metafisica, la solennità della montagna sotto la luce cristallina degli inverni innevati.
Dopo il servizio militare trascorso tra Roma e Ferrara (1917-19) ritornò a Saluzzo dove si prestò anche come decoratore sacro e come ritrattista, partecipando attivamente alla vita dei concittadini, mentre si limitavano le sue presenze alle mostre nazionali e internazionali. La sua salute dava intanto i primi segni di scompenso.
Il suo maggior interesse continuava ad essere il paesaggio, specialmente quello di montagna. Il riferimento libero e personale alle regole del divisionismo perdurò per tutta la sua vita con spiccato gusto e talento per gli intensi contrasti del controluce e per la vibrazione dei riverberi.
La grammatica del colore diviso lasciò però anche il posto ad una pennellata meno minuta, compensata da coraggiosi stacchi di colore nelle opere meno monumentali e nei bozzetti, di stesura più impressionistica, che sono stati prediletti nel Novecento a scapito dei lavori di più vasto impegno. Nei decenni delle grandi rivoluzioni artistiche, con le quali ebbe un rapporto contraddittorio, rimase fedele alla sua prima formazione non senza momenti di polemico rifiuto del nuovo e in specie del Futurismo”.
La sua carriera fortunata determinò anche una dispersione delle sue opere, ha sottolineato Rosanna Maggio Serra "la sua attività era la pittura, lui vendeva. Le opere valevano migliaia di lire, 5/6 mila lire. Le sue grandi opere sono quasi tutte in collezioni private".
Fa eccezione il nucleo collezionistico della città di Saluzzo, acquisito nel 1932, che comprende 194 dipinti, 228 disegni, una decina di sculture, documenti varie fotografie era stata che ha acquistato due anni dopo la sua morte ciò che è rimasto invenduto.
Nel 1930, la morte della madre determinò in lui un crollo psichico che lo condusse due anni più tardi al suicidio a Verzuolo, dove il Senatore Luigi Burgo ( della cartiera Burgo) suo principale collezionista, lo ospitava affettuosamente.
Particolari di questo ultimo periodo li ha forniti, ieri durante l'inaugurazione la figlia Piera del Senatore Burgo, invitata dal sindaco Allemano “Mio padre lo conobbe grazie al panettiere di Verzuolo – ha raccontato Piera Burgo- lo presentò a Volpi di Misurata, imprenditore, politico di Venezia che lo introdusse alla Biennale. Fu un legame che non si ruppe mai. Mio padre andò anche ad Acceglio, dove Olivero si era rifugiato per la depressione, dopo la morte della madre e lo convinse a venire a casa nostra. Ogni tanto scompariva, ma poi tornava sempre. Ma nel ’32, quando mio padre era all’estero per problemi di lavoro, si suicidò mentre era ospite a casa nostra. Lasciò sul cavalletto una tela, non firmata poi autenticata dal critico Angelo Dragone. Aveva dipinto un angolo fiorito in un prato verde e gli aveva dato un titolo “la Speranza“ .
Il sindaco che ha ringraziato il funzionario dei Servizi alla cultura, Marco Delleani, l'architetto Flavio Tallone che ha seguito il lavoro e la direttrice della biblioteca Giancarla Bertero, ha poi chiuso con l'immagine di un legame tra Saluzzo e la Val Maira, invitando don Giuseppe Dalmasso di Acceglio, che ha parlato del piccolo museo del paese dedicato al pittore, le cui opere si trovano anche in abitazioni private e il presidente della Comunità montana Valli Grana e Maira Roberto Colombero. “Un legame tra Saluzzo ed Elva che passa per Hans Clemer e tra Saluzzo ed Acceglio che passa per Matteo Olivero.”
La Pinacoteca Matteo Olivero
Situata all’ultimo piano dell’antico palazzo comunale, occupa 150 metri quadri, come ha illustrato l'architetto Roberto Pagliero, che seguono il ritmo delle capriate in legno. Quattro gli ambienti tematici con 67 dipinti, 17 disegni e 2 sculture, di cui una il volto della madre.
In apertura è messa in luce la sensibilità dell’artista nei suoi anni giovanili per i temi sociali. Le opere della seconda sezione testimoniano invece le differenti ricerche e le riuscite dell’artista dai primi del Novecento fino alla grande Guerra. “Brani di pittura con le vibrazioni della luce attraverso effetti di contrasto. Gli stessi effetti e timbri coloristici che si ritrovano nel notissimo “Autoritratto al chiaro di luna” del 1907, opera simbolo della tensione esistenziale che sarà la cifra personale di Olivero – descrivono i curatori.
Parecchie tavolette di piccola dimensione, cui l’artista lavorò presumibilmente tra il 1907 e il 1910, documentano un momento successivo, quello della sua adesione alla tecnica del divisionismo, dopo l’incontro con la pittura di Segantini e di Pellizza da Volpedo. Questa direzione di ricerca diventerà centrale per Olivero, come confermano alcune tele di maggior respiro, datate o databili agli anni dieci, in cui il linguaggio del colore diviso appare pienamente padroneggiato e volto ad un personale dialogo con la natura delle campagne e delle valli cuneesi. Caratteristica del Fondo saluzzese è quella di offrire esempi del lavoro di preparazione per alcuni dipinti importanti di questi anni, come gli studi per Funerali a Casteldelfino (Cuneo, Museo Civico), per “Vecchia Saluzzo” e specialmente per” L’attesa” del 1926 (entrambi in proprietà privata), di forte autonomia comunicativa.
Tra le opere in esposizione anche il quadro “Il Po a Calcinere” dipinto ancora sul cavalletto al momento della morte dell’artista, che appare come il testamento pittorico di Olivero. Un Autoritratto, il Ritratto in gesso colorato per la tomba della madre, di forte realismo, un soggetto sacro e uno dei suoi celebri e controversi brani di parodia del futurismo, completano il panorama dell’attività di questi anni.
Nell’ultimo ambiente il centro dell’attenzione è costituito dal dipinto divisionista Mattino: alta valle Macra esposto a Parigi nel 1910, di eccezionali dimensioni (mm.410x223) , donato dalla famiglia Burgo alla città di Saluzzo.
Una quindicina dei 140 disegni del Fondo saluzzese è racchiuso in una parete attrezzata con una vetrina illuminata.
La pinacoteca sarà aperta dal 2 febbraio
La pinacoteca Matteo Olivero sarà visitabile da sabato 2 febbraio in orari coincidenti con l'apertura della torre civica, il sabato e la domenica dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 14 alle 17.
















