Il mondo in cui viviamo oggi, a confronto con quello del passato, si potrebbe definire “pieno”, e pertanto le strategie energetiche per un mondo “pieno” quale quello di oggi devono per forza essere diverse da quelle che erano state pensate nel secolo scorso, quando erano appena nate l’industria e l’agricoltura industriale, quando cioè, al confronto, il mondo poteva considerarsi “vuoto”.
In un mondo pieno occorre innanzitutto fare i conti con la sostenibilità, se vogliamo che la vita possa continuare.
In conseguenza di questo, è sempre più urgente valutare le problematiche ambientali (ed anche etiche) delle massicce coltivazioni industriali finalizzate ad ottenere quelle che vengono chiamate Bioenergie, cioè energie ricavate da materiali di origine vegetale o animale.
Balza all’occhio di tutti che occorre mantenere innanzitutto la garanzia dell’approvvigionamento alimentare, e pertanto per energia, biocarburanti e biogas, è meglio limitarsi all’utilizzo dei soli residui zootecnici e di quelli agricoli eccedenti che oggi rimangono inutilizzati, ed escludere le coltivazioni ad esclusivo scopo energetico che scacciano dal territorio le colture alimentari.
Occorre riflettere che rinnovabile non è sempre sinonimo di sostenibile, e che bisogna fare gli opportuni distinguo, facendo attenzione ai luoghi comuni ed alle catalogazioni aprioristiche delle fonti energetiche e delle tecnologie per il loro utilizzo, che non sono buone o cattive “a prescindere” (idroelettrico, biomasse, biocarburanti, biogas, eolico, ecc), ma occorre entrare nel merito di tipologia, taglia, collocazione, alimentazione, ecc, e la valutazione dipende anche molto dallo specifico contesto territoriale.
Una proposta per essere appropriata dovrà distinguersi per un bilancio energetico positivo ed un altrettanto positivo bilancio ambientale, locale e globale, verificati per tutte le implicazioni a monte e a valle, nello spazio e nel tempo, con l’approccio LCA (Life Cycle Assessment), cioè esaminando i sui effetti diretti e indiretti, per tutto il suo ciclo di vita.
Un qualsiasi progetto per l’utilizzo delle “Bioenergie”, come un impianto a biomasse, a biogas, un pirogassificatore, un impianto per il bioetanolo, il biodiesel, oppure il biometano, rappresenta una cosa buona solamente se viene “fatto bene”, cioè se ha tre caratteristiche principali:
- non deve consumare suolo agricolo, ma utilizzare i residui dell’agricoltura alimentare, come una parte delle paglie del riso, del mais, del grano, oppure i reflui zootecnici;
- non deve inquinare il luogo dove viene prodotto più di quanto non sia in grado complessivamente di migliorare i luoghi dove verrà utilizzata l’energia resa disponibile
- per realizzarlo, gestirlo e alimentarlo non deve essere utilizzato (direttamente e indirettamente) più petrolio o più gas di quello che verrà complessivamente risparmiato utilizzando ciò che sarà in grado di produrre, altrimenti sarebbe una vera e propria presa in giro.
Al di là delle indebite speculazioni, oggi in corso, ma limitate nel tempo, noi pensiamo che, anche dal punto di vista imprenditoriale ed economico, il futuro sarà solo nelle Bioenergie “fatte bene”.
Ma perché siano veramente “fatte bene”, le bioenergie devono poter essere capaci di utilizzare sempre meno terreno agricolo di primo raccolto, e invece utilizzare sottoprodotti agricoli (paglie, stocchi, pule, ecc.), effluenti zootecnici, sottoprodotti agroindustriali o frazioni del raccolto meno “nobili”, come per esempio i colletti della barbabietola.
Le biomasse legnose per produzione di energia termica o elettrica devono essere costituite dagli scarti di una corretta gestione forestale e non devono dare luogo a disboscamenti incontrollati; per questo è necessario garantire la tracciabilità del legno, visto che può provenire anche da altri paesi.
La produzione di bioenergia va fatta il più possibile sul posto, in ambito rurale, vicino a dove sono originariamente disponibili i materiali che devono essere utilizzati, ma non è assolutamente detto che sia opportuno utilizzare sul posto l’energia ricavata.
Ad esempio, per gli impianti che producono biogas, e forse anche per quelli che producono syngas attraverso la pirogassificazione (quando avessero raggiunto la necessaria maturità tecnologica), appare molto, molto più opportuno non bruciare sul posto il gas prodotto, ma trasformarlo in “biometano”, ovvero raffinarlo dall'anidride carbonica e altre impurità gassose, ed immetterlo nella classica rete del metano, per poi utilizzarlo dove serve, in impianti ad alta efficienza energetica ovvero come carburante da autotrazione, con tutti i benefici ambientali correlati.
Il gas verrebbe così automaticamente reso disponibile nel luogo e nel momento in cui è più efficiente il suo utilizzo, per la successiva cogenerazione in energia elettrica e termica o per la produzione di energia termica ad integrazione con altre fonti rinnovabili, oltre che, ci pare importantissimo, per iniziare ad eliminare l’uso del petrolio dal sistema dei trasporti.
In conclusione vorremmo ricordare che l’utilizzo appropriato e non speculativo delle fonti rinnovabili a più basso impatto ambientale e sociale è certamente la migliore cosa da fare, ma che, ancor prima di tutto questo, ci dobbiamo chiedere se i fabbisogni energetici a cui cerchiamo di dare risposta siano fabbisogni reali, e se non possano essere soddisfatti almeno parzialmente con una maggiore efficienza o con modalità di utilizzo diverse, questo per evitare che le preziose fonti rinnovabili, anziché essere realmente sostitutive delle fonti fossili, siano solo aggiuntive!
Gian Piero Godio - Responsabile Settore Energia - Legambiente Piemonte e VdA; Bruno Piacenza - Presidente Circolo Legambiente di Cune; Elisabetta Roberti - Presidente Circolo Legambiente di Barge; Nadia Zaira Virtuoso - Presidente Circolo Legambiente del Braides; Maria Grazia Maia - Vicepresidente Circolo Legambiente di Mondovì





