Sanità - 02 ottobre 2015, 12:17

Bra: l'ebola ritorna in Italia? Le riflessioni del giovane medico "di trincea" Renata Gili

"In Italia abbiamo un medico ogni circa mille persone, mentre in Sierra Leone, prima dell’esplosione dell’epidemia, ce n’era uno ogni cinquantamila"

Bra: l'ebola ritorna in Italia? Le riflessioni del giovane medico "di trincea" Renata Gili

Una goccia di speranza in un oceano devastato dalla sofferenza.

Renata Gili, dottoressa del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università di Torino, lavora in Africa per restituire dignità al ritratto di un Continente, dilaniato dallo spettro dell’ebola. Una malattia che, dopo aver martoriato interi villaggi rurali, è dilagata fino a raggiungere l’Occidente in forma di incubo, come uno sfregio. Un orrore degno delle ideazioni più deliranti di un maestro del brivido, che ha colpito medici e infermieri in un numero senza precedenti, spazzando via una sanità pubblica debole.

"In Italia" - spiega la giovane Dottoressa - "Abbiamo un medico ogni circa mille persone, mentre in Sierra Leone, prima dell’esplosione dell’epidemia, ce n’era uno ogni cinquantamila. Ora il rapporto è uno a centomila. L’assistenza medica si è quasi dimezzata e, quando i pochi dottori e operatori in azione negli ospedali si ammalano, muoiono o si ritirano per paura del contagio, le strutture sanitarie chiudono del tutto, compromettendo i livelli generali di assistenza. Dal parto in sicurezza alle cure contro la malaria, la tubercolosi e altre malattie".

Ci racconta che, già da molto tempo, è in funzione a Makeni, in Sierra Leone, un centro che raccoglie e coinvolge personale medico senza frontiere, disposto a lottare contro la peggior epidemia che la storia recente dell’umanità ricordi. Un posto da cui fuggire Makeni e, invece, Renata Gili ci è arrivata apposta, da Torino.

"Ho lavorato per due settimane negli ospedali di Lunsar e Makeni in un progetto della nostra Associazione, Rainbow For Africa, denominato Trauma, legato all’ortopedia e alla traumatologia. La paralisi degli ospedali rende difficile curare le patologie più comuni che, se trascurate, rischiano di diventare degenerative fino a condurre alla morte, rappresentando un ulteriore pericolo. Nel distretto di Bombali, solo il quaranta per cento dei morti di questi ultimi mesi è risultato positivo all’ebola. La restante percentuale di decessi è imputabile ad altre malattie dalle quali, in altre condizioni, ci si potrebbe salvare. In questo senso, formiamo il personale, istruendolo sui metodi di prevenzione del virus e sulle modalità di intervento, che altre patologie, invece, richiedono. L’emergenza ebola vera e propria è fronteggiata in centri gestiti da volontari di tutto il mondo e finanziati da diverse Organizzazioni internazionali".

Tutti angeli contro un demone in una partita che, grazie alla solidarietà e alla tenacia, rimane aperta e ancora tutta da giocare. È la sorte che capita a chi nella mente aveva altri sogni, ma nel cuore ha scritta una missione.

"Da piccolina" - ci svela Renata - "Non sentivo il fascino per l’Africa. Ho cominciato ad avvertirlo più tardi, forse nei primi anni di studio all’Università. Nel contesto dell’epidemia di ebola, molte persone, strette dall’allarmismo e da ciò che viene scritto sui giornali, hanno persino paura di vedermi e mi dicono che sono matta. Ma non è pazzia fare ciò per cui sei portata e che ti piace. Non è questione di coraggio guardare la verità, riuscire a vederla ed affrontare ciò che comporta».

E, mentre parla, sprigiona passione e umiltà, irradiando un'energia positiva, capace di illuminare chiunque la ascolta. Parole scolpite nella determinazione dei suoi anni, ventotto e issano la vela per seguire il vento dell'anima, che soffia verso un'unica luce, in una sinfonia di autenticità e coerenza, forza e positività. Se in Africa la porta della speranza in un futuro migliore non è aperta sul vuoto, è anche grazie agli instancabili atti di slancio e misericordia di questi inediti eroi, che hanno scommesso sulla propria equazione personale in cui i rischi e il sacrificio stanno a una variabile purtroppo indefinita. Troppo violento e inarrestabile il virus per poterlo limitare con la sola spinta della volontà e dell’esperienza.

"Sensibilizzare la comunità locale sull’epidemia e sulla malattia è difficile, perché l’ignoranza e la paura rendono le persone chiuse a ogni invito o consiglio. L’ebola è un virus ancora più pericoloso, perché semina il panico. Il compito di guarire la paura, quindi, appare estremamente complicato. È un sentimento che produce reazioni insensate e irragionevoli, come la fuga indiscriminata della gente, del personale locale e la conseguente chiusura delle strutture sanitarie o, più concretamente, la scelta di bruciare tutti i materassi dell’ospedale di Makeni in cui si era manifestato un caso di ebola."

Eppure i protocolli d’intervento sono chiari: "L’epidemia si controlla formando e proteggendo gli operatori sanitari, isolando i malati e imponendo pratiche funerarie sicure, che escludono antiche usanze, come la lavatura del defunto, perché i cadaveri sono il maggior veicolo di contagio. In Occidente queste regole, sono conosciute e osservate. Inoltre, i nostri sistemi sanitari sono rigidi e solidi, quindi non c’è ragione di cedere al panico".

Sa tutto di medicina, di accoglienza, di rispetto e la sua vita è dedicata alla ricerca continua di coerenza e di servizio all’anima, che ogni essere umano si porta dentro.

"Sono stata in Africa già ai tempi dell’Università e ho conosciuto la vera realtà di quella terra. Oggi è falsata dalla paura di questa piaga. Le persone non si toccano fra loro e il contatto fisico, che ha sempre distinto queste calorose popolazioni, è bandito. Si evitano abbracci, strette di mano, i bambini non ti saltano addosso come prima e persino nella Messa non ci si scambia più il rituale gesto della pace."

Ma, nonostante la metamorfosi dell’ambiente, generata da questa terrificante esperienza, che impone, tra l’altro, controlli serrati agli aeroporti, dove si è sottoposti a lavaggi con il cloro, misurazioni della febbre con termometri laser e altre severe pratiche di sicurezza, che escludono tutte il contatto diretto, Renata preferisce pensare ad essere lì, al centro dell’inferno, piuttosto che al sicuro a casa, in Italia. Tra un mese tornerà in Sierra Leone e riprenderà a lottare contro la fobia, contro l’ansia dei genitori che, tuttavia, rispettano la sua scelta e non l’hanno mai ostacolata.

"Sono persone straordinarie. Mi conoscono e sanno quanto sia importante per me l’attività che esercito. È un lavoro che mi affascina molto, richiede passione e desidero continuare a portare il mio contributo nella fase di quell’organizzazione sanitaria, che ho scelto di svolgere, pensando sempre che il paziente malato è al centro di tutto."

Perché una libellula non smette di volare. E neppure lei, sapendo che le malattie non guariscono d’incanto, ma con il tempo, animato da gesti generosi e silenziosi. Solo da una donna così libera e piena di autentica fedeltà ai propri ideali, poteva scaturire un vero impegno al servizio della vita. In ragione di questi argomenti, il nove dicembre scorso, il Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, ha promosso un evento a Palazzo Montecitorio per celebrare e ringraziare medici e infermieri italiani, che in Liberia, Sierra Leone e Guinea, con impegno e professionalità, portano il loro aiuto in rappresentanza di tutta l’Italia. A Roma c’era anche lei, perché quella realtà la dottoressa Gili l’ha toccata con mano e la comunica con una voce normale, che nasce dall’entusiasmo, mai con quella dell’obbligo.

Poi, però, ci sono casi in cui la normalità sembra stravolgere i suoi canoni, in cui l’accezione del termine assume connotati insospettabili e diventa, giorno dopo giorno, qualcosa di diverso. Diventa impresa. E anche gratitudine, che la Città di Bra, di cui è originaria, a nome del Sindaco, Bruna Sibille, le ha espresso in modo assoluto e convinto, conferendole uno speciale riconoscimento di merito "per l’impegno profuso a favore dei più deboli". "Aiutare l’altro è possibile se a muoverti è la forza della passione e il rispetto della persona. Così riesci a dare il meglio di te agli altri."

Parla di possibilità, Renata Gili. È questa prospettiva tesa al futuro ad animarla. Ciò che ancora deve accadere accende la sua grinta e, mentre ne discute, trasforma il domani in qualcosa già sul punto di succedere e nella corsa incontro a un destino ormai prossimo.

"Prima di partire per il Sierra Leone frequenterò un corso di formazione e aggiornamento a cura dell’Università di Torino per diventare formatore e anello di congiunzione di una catena di formatori sul campo".

Perché, per aiutare davvero gli altri, occorre prima lavorare su se stessi. L’altra metà del cielo.

SiGu

TI RICORDI COSA È SUCCESSO L’ANNO SCORSO A FEBBRAIO?
Ascolta il podcast con le notizie da non dimenticare

Ascolta "Un anno di notizie da non dimenticare 2025" su Spreaker.
SU