L’ultimo libro di Nuto Revelli, pubblicato da Einaudi a gennaio 2014, si presenta come un grande canto corale di un popolo. Da qui l'idea di metterlo su di un palco. Lo spettacolo "Canto del popolo che manca", che avrà luogo giovedì 10 marzo alle 21 vuole riportare alla luce alcuni lampi di questo canto epico che ha radici millenarie e che fu spazzato via in poche decine di anni dalla cultura industriale. Lo spettacolo vuole essere un viaggio dentro il libro, un ragionare intorno ad un mondo, ad un popolo che non c’è più; con la testimonianza diretta del figlio Marco Revelli, commenti, letture interpretate e spezzoni di film e audio originali con la voce di Nuto.
Una “Veglia” (Vija) come quelle riportate dalle testimonianze, dove nelle sere d’inverno la gente si riuniva per raccontare ed ascoltare storie. Non si parla di nostalgia ma semplicemente di far risuonare quelle voci legate indissolubilmente al territorio, che in questo caso è quello del sud Piemonte, ma che potrebbe essere assolutamente analogo a quello di qualsiasi altra regione d’Italia di quel periodo.
Una “Spoon River” contadina dove immancabilmente emerge una certa attualità: l’oggi e quel tempo antico. Un secolo circa è passato da quel mondo caratterizzato da una moltitudine di gente che viveva in povertà e da una ristretta cerchia di ricchezza. Dopo un secolo, ed esaurita l’iperbole del progresso industriale, ci ritroviamo in una società nuovamente diretta verso questa condizione: pochissimi ricchi e una moltitudine di poveri. Ma una povertà senza più una possibile epica narrabile se non con senso di sconfitta. Per non parlare di economia sostenibile ed ecologica del territorio che ci fa apparire paradossalmente interessante il “canto” di quel popolo. E allora da quel popolo perduto e che manca, qualcosa si può ancora imparare.





