- 09 marzo 2016, 08:30

Rivendichiamo la parità con l'uomo, ma potremmo essere anche più ambiziose...

Rivendichiamo la parità con l'uomo, ma potremmo essere anche più ambiziose...

Da pochi giorni è uscito nelle sale cinematografiche “Suffragette” un film di Sarah Gavron, con Carey Mulligan, Helena Bonham Carter, e Meryl Streep. La sua visione è altamente consigliata, perché squarcia il velo di scarsa conoscenza sul movimento femminile che riuscì a strappare il diritto al voto per le donne.

L'iconografia “classica” ci ha sempre mostrato cortei composti da signore borghesi ben vestite. Quasi che quelle proteste fossero un'alternativa al tè delle cinque, o alle quattro chiacchere con ricamo e uncinetto. E' probabile che molte di loro abbiano fatto parte del movimento proprio per combattere la noia. Ma ancora di più erano le donne provenienti dalla classe operaia, come la protagonista (interpretata dalla Mulligan). Sfruttate, mal pagate e sottoposte agli abusi sessuali dei padroni. La lavandaia del film all'inizio è riluttante ad impegnarsi nella causa. Ha un marito e un figlio, è abbastanza soddisfatta della sua (povera) vita. Ma dopo aver assistito alle avances del suo capo su una collega dodicenne, decide che non ne può veramente più. Perderà la famiglia, ma ci guadagnerà in dignità.

Il film, ambientato a Londra, si concentra sul periodo 1912-1913. Le attiviste, preso atto che metodi “blandi” di propaganda come il volantinaggio o la protesta non violenta lasciano il tempo che trovano, concretizzano lo slogan del WSPU (Women's Social and Political Union) "Atti, non parole", organizzandosi nel mettere a segno attentati non cruenti, come è nella natura femminile: il pacchetto bomba nella cassetta delle lettere, il lancio di pietre contro le vetrine di negozi (vuoti). La risposta da parte del governo, che dapprima vuole apparire dialogante, salvo poi arroccarsi negli atavici privilegi maschili, è impressionante nella sua brutalità.

Le donne che partecipano agli assembramenti sono selvaggiamente manganellate dai poliziotti. Tante finiscono in carcere, dove sono trattate come gli attuali prigionieri di Guantanamo. Alcune protestano con lo sciopero della fame e la scena dell'alimentazione forzata è sconvolgente. Quando stanno troppo male vengono scarcerate, salvo poi essere nuovamente arrestate una volta recuperate le forze. Eppure insistono, insistono, insistono. Fino alla morte di Emily Davison avvenuta il 4 giugno 1913 durante il derby di galoppo, finita sotto gli zoccoli del cavallo da corsa di re Giorgio V. Che pare si sia preoccupato della sorte del cavallo (che peraltro non subì conseguenze) e del fantino, ma decisamente meno della donna, manifestando disappunto per la giornata rovinata. Il drammatico fatto serve, almeno, a focalizzare l'attenzione dei giornali sulla battaglia in atto da decenni delle suffragette.

E' passato oltre un secolo, eppure per le donne poco è cambiato. Le scene ambientate nella lavanderia potrebbero benissimo essere state filmate oggi, in qualche luogo di lavoro nel terzo o quarto mondo, dove le proletarie non godono di alcun diritto lavorando con orari massacranti e sono vittime di soprusi. Ma anche le lavoratrici più fortunate, quelle nate nel mondo occidentale, continuano ad essere considerate di serie B rispetto ai colleghi uomini, che godono di stipendi più alti e delle gratificanti possibilità di carriera, a prescindere dalle loro capacità.

E quanto alla conquista del voto…

Nei titoli di coda sono citate alcune date significative. Le donne inglesi, ma solo le over 30, riescono ad accedere al suffragio “già” nel 1918, le italiane quasi trentanni più tardi, nel 1945, quando le cittadine turche votavano ormai da tredici anni. Ma chi si ricordava che le svizzere (SVIZZERE, ripeto) hanno potuto votare solo dal 1971? E comunque ci possiamo già considerare privilegiate rispetto alle donne dell'Arabia Saudita alle quali solo l'anno scorso è stato promesso il diritto al voto.

Ieri era l'8 marzo, la “festa della donna”. Andate a vedere il film della Gavron (solo una donna poteva realizzarlo con un certo tipo di sensibilità) e poi meditateci un po' su. Di strada, noi poverette, ne dobbiamo fare ancora molta.

Monica Bruna

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