Fossanese - 11 giugno 2016, 06:00

Vieni a mangiare in Puglia (parte seconda)

Dopo svariati chilometri di fidanzatesco, e meritato, mutismo sfociare a Monte Sant’Angelo per scoprire che anche lì è passato San Francesco domandandosi, rispettosi:” ma quanti cazzo di chilometri avrà coperto in vita il poverello di Assisi?

Vieni a mangiare in Puglia (parte seconda)

Pensare che non ci sia l’accanimento divino dietro i primi quattro giorni di pioggia battente della nostra vacanza in Puglia a fissare il mare crivellato di bollicine sotto un cielo bretone, sarebbe impossibile. Decidersi alla perlustrazione enogastronomica del borgo muniti d’impermeabile e ombrello rotto riflettendo minuti numero otto sulla personale, curricolabile,  capacità di spezzarne le stecche in modo da ritrovarsi nel mezzo d’un fenomenale acquazzone riparati da un oggetto che sembra un pipistrello meccanico fuori uso.

Approdare, letteralmente, al primo forno in traiettoria e lì acquistare un quantitativo di pizza bastevole a sfamare il fabbisogno alpestre d’una squadra di calcetto in ritiro quindi, questuanti vino, sborsare euri numero cinque per una damigiana dall’eguale numero di litri e rincasare, si fa per dire, nel nostro albergo diffuso somati di carboidrati e cattive intenzioni. In vitro.

Disvelare la levitante geografia dei pezzi alti tre centimetri e valutarne il condimento con la perizia d’un borsista del MIT quindi addentarne una alle cime di rapa dopo averla irrorata con peperoncino locale regalatoci dal fin troppo gentile fornaio, sorridente come l’Apollo di Veio, quindi tarantolarsi a terra per la violenza della spezia gargana , di certo macinata con l’uranio impoverito, ed augurare al panettiere disagi intestinali durante un concerto degli U2 con la densità d’un bagno chimico ogni mille persone.

Convincere, in una tregua piovana, le reticente e troppo domestica fidanzata all’attraversamento della limitrofa foresta umbra che collega le zone marine ai lidi petralcini già sapendo che si eviterà qualsivoglia luogo di culto per apostasia cronica ed un’innata (si spera tramandabile) attitudine alla bestemmia. E lì, nel frondoso verde d’alberi ad alto fusto, dopo aver contato macchine numero zero dalla partenza, proprio sentirlo il pianto fidanzato corretto alla polemica da servire col senso di colpa ed avvertire contemporaneamente un crampo al basso ventre presago di accoscianti epiloghi.

Frenare e lasciarla in folle l’utilitaria ripiena di accusanti lacrime per selezionare un pino solido e ben celato quindi abbracciarlo come un vecchio amico resinoso per restituire alla Puglia, in posa da paracadutista, quel che la Puglia ci ha donato incluso l’atroce peperoncino di certo non incolpevole di tali silvestri intermezzi.

Dopo svariati chilometri di fidanzatesco, e meritato, mutismo sfociare a Monte Sant’Angelo per scoprire che anche lì è passato San Francesco domandandosi, rispettosi:” ma quanti cazzo di chilometri avrà coperto in vita il poverello di Assisi?” visto che ovunque si vada c’è un eremo o uno speco celebrante il suo transito quindi, reduci da una vertiginosa sbirciata al paesaggio da una terrazza panoramica alta come un satellite per rilevazioni metereologiche, pranzare tardo-pomeridiani in un ristorante gremito di senili ciclisti in completini di lycra molto gay anni Ottanta e sciami di turisti nipponici con fotocamera al collo chiedendosi, amareggiati da amari numero quattro: “ se i giapponesi lavorano sempre ed hanno uno o due giorni di ferie l’anno perché il mondo è pieno di turisti giapponesi?”

 

 

(continua….)                                    

De Mazan

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