Cuneo e valli - 04 settembre 2016, 15:07

Un'esperienza all'estero nell'estate del diploma: Anna e i suoi primi mesi color Smeraldo

È impossibile costruirsi un bagaglio di esperienze standosene fermi. Per questo hanno importanza queste "avventure" all'estero: offrono la possibilità di migliorare e acquisire competenze nuove. Metterle in pratica, poi, è compito nostro

Anna Bongiovanni

Anna Bongiovanni

Il nome “The Cove” (il covo), associato a una città, potrebbe risvegliare dentro qualcuno immagini oscure e inquietanti, pericolose, criminose, in arrivo direttamente da un qualche romanzo d'avventura del secolo scorso. E invece è davvero esistito un luogo chiamato in questo modo, diventato nel 1849 Queenstown, in onore della regina inglese Vittoria, e poi tornato “il covo”, solo con la pronuncia gaelica, nel 1922: si tratta di Cobh (o An Còbh), in Irlanda.

Cobh è uno dei tanti centri medio-grandi del territorio europeo che quasi nessuno conosce, ma che nel corso della Storia si è spesso ritrovato protagonista; è stato il punto focale della migrazione irlandese negli Stati Uniti e fu il luogo in cui si raccolsero i cacciatorpedinieri americani prima di iniziare le operazioni militari contro i sottomarini tedeschi nella Prima Guerra Mondiale. Nel 1912, intanto, ha visto la partenza di quella che era considerata all'epoca il miglior esempio di industria navale del pianeta: il Titanic di hollywoodiana memoria.

Chissà se la protagonista di questo nuovo appuntamento con “In&Out”, la 19enne di Margarita Anna Bongiovanni, prima di partire per la contea di Cork, conosceva davvero la sua importanza. Forse sì, forse no. Forse la sua esperienza nell'Isola di Smeraldo è servita anche a questo: con lei, abbiamo fatto quattro chiacchiere in merito.

- Ciao Anna, grazie per la tua disponibilità. Allora, prima di tutto: come ci sei arrivata, da Margarita a Cobh?

Ho partecipato al progetto "Talenti neodiplomati" finanziato dalla fondazione CRT, rivolto agli studenti che, dopo l'esame di Maturità, avevano voglia di passare l'estate all'estero, lavorando. Il  liceo classico “Silvio Pellico” di Cuneo si è occupato della parte più pratica, come i viaggi in aereo, e si è affidata all'ECE (European Career Evolution) quale organizzazione di riferimento che si è occupata del corso di lingua, del work placement e della sistemazione abitativa.

- Che cosa fa, in Irlanda? Come funziona la tua quotidianità?

Nella prima settimana ho frequentato un corso di Inglese, 4 ore al giorno. Dalla seconda ho iniziato a lavorare in un museo a Cobh: devo accogliere i clienti e rispondere al telefono, ma mi sto occupando, in parte, dell'organizzazione e della preparazione di una delle prossime mostre che verranno presentate nel museo. Sono ospitata da una famiglia a Midleton; in casa mi devo occupare dei "miei spazi" (la camera) e devo cucinare. In sintesi, la mia routine consiste nell'andare a lavorare, prepararmi i pasti, uscire con gli amici... una vita del tutto normale. Poi, lavorando dal lunedì al venerdì e avendo i week-end liberi, ho potuto scoprire diversi luoghi dell'Irlanda.

- Sei arrivata circa a metà percorso, che bilancio tracci dell'esperienza?

Purtroppo ho già superato la metà, il tempo è davvero volato. È un'esperienza che rifarei, sicuramente, e che consiglio a tutti coloro che possano effettuarla. Decidere di partire non è stato semplice, lo ammetto. La scelta di passare l'estate dopo la Maturità a lavorare in Irlanda (meta sicuramente non famosa per il clima) dovendo rinunciare, per esempio, alle vacanze con gli amici, è stata dettata principalmente dalla necessità di dare una scossa alla mia vita da liceale, di prendere un "grande respiro" prima di ricominciare a studiare. Non mi pento assolutamente di questa decisione perché qui in Irlanda mi sono messa in gioco e ho capito, almeno in parte, cosa voglio dal mio futuro.

- Tornassi a casa domani, che cosa ti porteresti dietro?

Innanzitutto molti ricordi stupendi, dei luoghi visitati e delle persone che ho incontrato (in particolare delle famiglie che mi hanno ospitato in questi mesi, dei miei colleghi e degli altri ragazzi che mi hanno accompagnata, chi per tutta l'esperienza, chi per poche settimane, chi per pochi giorni). A casa con me porterei anche la mia indipendenza che è sicuramente cresciuta in queste settimane, la voglia di viaggiare e vedere il mondo che un'esperienza così non può non lasciarti e la consapevolezza delle mie capacità, di ciò che sono e di quello che posso fare. "Non so chi sono e chi sarò, non so cosa voglio e cosa farò. So solo che un viaggio, il più delle volte, non serve né a chiarire le idee né a trovare il proprio posto nel mondo, serve solo a te, a creare ogni giorno qualcosa di più, qualcosa di nuovo da aggiungere al puzzle che il tuo cuore e la tua anima stanno diventando." Questa frase rappresenta lo spirito con cui sono partita ed ora, dopo 7 settimane sono più che convinta che io stia costruendo questo puzzle, pezzo per pezzo, giorno per giorno; andarsene adesso vorrebbe dire lasciare le cose a metà.

- Allontanarsi aiuta spesso ad analizzare e analizzarsi meglio. Che cosa pensi, ora, delle prospettive del futuro dei giovani in Italia?

È abbastanza evidente che per la maggior parte dei giovani in Italia le prospettive non siano molto rosee, sia per chi vuole continuare a studiare all'Università, sia per chi vuole trovare un lavoro. Pochi sono disposti a "scommettere" su di noi, per questo, secondo me, dobbiamo farlo noi in primis. Credere nelle nostre capacità, nelle nostre idee, nei nostri sogni e spendere tempo ed energia sufficienti per realizzarli, questo è ciò che davvero conta. Stare in Italia o andare all'estero è una scelta soggettiva; restare non vuol dire essere poco coraggiosi, come andarsene non significa aver trovato la soluzione.

È impossibile, di questi tempi, costruirsi un bagaglio di esperienze standosene fermi, aspettando che qualcosa arrivi. Per questo, secondo me, hanno importanza queste "avventure" all'estero: offrono la possibilità di migliorare e/o acquisire capacità e competenze nuove. Dopo ciò, metterle in pratica è compito nostro; niente si raggiunge senza "farsi il mazzo", senza tenacia.

Forse è questo che manca alla maggior parte dei giovani d'oggi... siamo sempre più abituati ad avere tutto pronto, senza sforzi. Molti si lamentano e criticano la situazione in cui ci troviamo, ma senza fare nulla per cambiare le cose. Sicuramente, durante questa esperienza, ho realizzato che è finito, ormai, il tempo di stare fermi, di piangersi addosso, la nostra vita inizia ora e noi siamo al timone.

Simone Giraudi

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