Eventi - 27 novembre 2016, 12:46

Sergio Staino alla Fondazione Mirafiore di Serralunga D'Alba: “Così ho combattuto e vinto la sfiga”

Il neo direttore de L'Unità ha raccontato oltre settantanni di vita personale e italiana

Sergio Staino  alla Fondazione Mirafiore di Serralunga D'Alba: “Così ho combattuto e vinto la sfiga”

Fortemente voluto dal patron Oscar Farinetti, anche Sergio Staino è approdato al Laboratorio di Resistenza Permanente alla Fondazione Mirafiore di Serralunga D'Alba. E lo ha fatto con carrellata sulla sua vita, segnata, come dice lui, dalla sfiga.

Il titolo della sua lectio magistralis era proprio “La sfiga come motore creativo. Bisognino fa trottar la vecchia". Sfiga di essere nato nel 1940, nelle campagne senesi, a due giorni soli dall'entrata in guerra dell'Italia (babbo carabiniere lucano sanguigno, mamma figlia di contadini toscani comunisti da sempre), sfiga ad aver iniziato a perdere la vista proprio quando stava iniziando la sua parabola di vignettista con il suo personaggio più famoso Bobo.

Si commuove parlando della madre (morta un paio di anni fa ultranovantenne): “Fu lei che intuì il mio dono e mi trasmise la vena satirica. Iniziai a disegnare sulla carta gialla del pizzicagnolo. Da allora e per sempre, in qualunque situazione di tensione, disegnavo e tutta la paura andava via. Poi ho capito che era come un ritorno nel ventre materno”. La sfiga delle difficoltà a scuola, lui che “povero finisce alle medie, scuola per signori” e ne viene respinto. Ma poi anche la fortuna di conoscere persone come Giacomo Devoto (sì proprio quello dell'omonimo dizionario) che lo spinge a continuare gli studi, fino ad arrivare, primo della famiglia, all'università, facoltà di architettura.

Seguono gli anni dell'impegno politico. Diventa marxista – leninista, lo salva dall'essere risucchiato dalla deriva del terrorismo solo l'amore. Quello per Bruna, per la quale combatte l'ideologia ultra conservatrice dei suoi compagni, e per la loro prima figlia. Poi arriva il momento più buio, letteralmente. La rottura della retina, segnale di una malattia degenerativa. Contemporaneamente il suo Bobo, nato come un esperimento per il piccolo giornale L'Eco di Scandicci, acquista fama mondiale.

Dal 2000 il problema della cecità si fa molto più pesante: “Ho abbandonato la materia, la china, il foglio e mi sono avventurato sul pc. Ho vissuto giorni molto tristi, poi ho capito che entravo in un altro mondo, non meno ricco di sentimenti. Si sono aperte prospettive nuove utilizzando una penna digitale con tavolette touch screen, conservando comunque una partecipazione umana. La mia creatività è aumentata. Nel digitale hai l'infinito davanti: alla fine solo tu puoi dire basta, e non è facile”.

Infine, la sua grande passione degli ultimi anni, le illustrazioni acquerellate: “Finché c'è questa emozione per fare una cosa bella per te e per gli altri, il mondo non può che andare bene”.

Al termine dell'excursus personale, arrivano le domande sulla politica. Staino è diventato direttore dell'Unità da un paio di mesi (condirettore Andrea Romano). In realtà Renzi avrebbe voluto Cuperlo perché “se avesse nominato uno dei suoi, il giornale sarebbe nato morto”. Staino ne vuole fare un giornale “militante per un cuore, con un linea di sostegno al solidarismo, per una politica seria e costruttiva. Un giornale vuol dire non essere soli”.

Poi una critica alla sinistra che già dai tempi di Berlusconi ha “cercato scorciatoie offerte dalla società civile. Così i magistrati, spinti proprio dalla società civile, si sono sostituiti ai politici e oggi gli si ritorcono contro”. Un giudizio su Renzi: “Il ragazzo è molto simpatico, ed ha il pregio di essere un anti burocrate. A volte è un bugiardo, ma chi non lo è. Io non ce l'ho uno più sincero di lui. Dico che ha dei numeri, se non si fa distruggere da certi compagni del partito”.

Già, quel PD che Staino vorrebbe fosse presente “nel dolore, accanto alla Chiesa e alla Caritas”.


Monica Bruna

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