Siamo nella frazione cuneese di Ronchi. A qualche centinaio di metri dalla strada che conduce a Roata Chiusani e a Centallo c’è l’azienda agricola, a conduzione famigliare, di Lorenzo Alberti (57 anni). Con il titolare lavorano la moglie Ausilia (51 anni) e i due figli: Matteo, classe 1987, e Simone del 1989.
L’impresa fonda le sue radici nel 1920, quando la famiglia del nonno di Lorenzo, che fino ad allora lavorava nella cascina di Tetto Colombero, sempre a Ronchi, dove ora ci sono il Miac e il Consorzio Agrario, si trasferì lì - a Tetto del Medico - e comprò il casolare e i terreni. Negli Anni Cinquanta il padre di Lorenzo, Stefano, decise di specializzarsi nella coltivazione a frutteto. Lorenzo fece il suo ingresso ufficiale in azienda a fine Anni Settanta, poi, quando il papà andò in pensione, prima entrò la moglie Ausilia e, dopo, una decina di anni fa, ottenuto il diploma di perito agrario, iniziarono il loro percorso imprenditoriale Matteo e Simone.
L’azienda, che ha continuato nella produzione della frutta senza l’allevamento di animali, si estende su una superficie di venticinque ettari: otto coltivati a piante di melo, otto a peschi (la nettarina), quattro a kiwi e il resto a mais per permettere un periodo di “riposo” e di “pulizia” del terreno dove è stato deciso di collocare nuovi alberi. Adesso la famiglia vive da diversi anni nella casa moderna costruita a pochi metri dall’antico casolare dove vengono ricoverati gli attrezzi. C’è stato anche un periodo in cui l’azienda, attraverso la Allione di Tarantasca, vendeva le mele golden alla Plasmon. Fu proprio grazie a quell’esperienza che Lorenzo iniziò un percorso di qualità delle produzioni, adottando la lotta integrata a metà strada tra il biologico e i trattamenti tradizionali con sostanze chimiche.
“Sulla parte chimica - dice Lorenzo - siamo molto controllati dai tecnici delle organizzazioni di categoria, nel nostro caso quelli di Coldiretti, che ci indicano quando trattare e quali prodotti utilizzare. Ne facciamo il minor uso possibile”.
Sul fronte biologico? “Per il pesco e il melo usiamo il sistema della “confusione sessuale” degli insetti dannosi. Si appendono su tutte le file del frutteto, ogni due piante, delle strisce con l’ormone della femmina. Il maschio rimane disorientato e non si accoppia più. In questo modo i lepidotteri non si riproducono e vengono a mancare le larve che sono il vero danno della frutta, perché la scavano rendendola immangiabile. Per i kiwi, invece, che, da qualche anno, sono affetti da batteriosi, si lavora con la potatura delle parti infette degli alberi e, se proprio necessario, usando prodotti a base di rame”.
Negli agricoltori è aumentata la consapevolezza di un maggiore rispetto dell’ambiente? “Certamente. Stiamo andando in questa direzione e, così, siamo tranquilli di vendere prodotti di qualità più elevata. Come chiede il mercato”.
Il vostro lavoro continua tutto l’anno? “Da dicembre a marzo facciamo le potature, poi sistemiamo le reti antigrandine, iniziamo i trattamenti, puliamo il terreno dalle erbacce e iniziamo a irrigare. Quindi, si prosegue con il diradamento per evitare il formarsi di troppi frutti che non permetterebbe una produzione equilibrata. Infine, in estate-autunno c’è la raccolta, con il successivo imballaggio nei cassoni e il conferimento ai commercianti che vengono a ritirare i prodotti direttamente in cascina. Novembre è anche il mese nel quale effettuiamo l’abbattimento degli alberi ormai vecchi e mettiamo a dimora quelli nuovi”.
Quanto durano in media gli impianti? “Quello di peschi da 15 a 18 anni, i meli sui 25 anni e i kiwi anche più di 30 anni”.
I problemi maggiori del vostro lavoro? “Lo ripetiamo ormai da tempo: i prezzi di vendita della frutta sono rimasti quelli di due decenni fa, mentre i costi di produzione sono aumentati in modo notevole. Inoltre, il commerciante ti ritira il prodotto e, poi, te lo paga, se va bene, quattro mesi dopo. Quindi c’è pure una difficoltà a recuperare in tempi accettabili dei soldi legati alle spese ordinarie già anticipate tempo prima”.
C’è una cosa su tutte che vorreste chiedere alle Istituzioni politiche? “Realizzare dei mini invasi perché ormai anche nelle nostre zone, abbastanza vicine alle montagne e che un tempo non avevano problemi, adesso, in estate, devono affrontare le difficoltà dovute alla mancanza di acqua per irrigare i terreni”.
Matteo e Simone, perché avete scelto la strada degli imprenditori agricoli? “Il fatto di avere un’azienda già avviata - rispondono - ci ha aiutati molto. Adesso è impensabile per un giovane costruirsi un’attività nuova come la nostra, perché le spese sarebbero “pesanti” e i rischi di non avere uno stipendio sicuro altrettanto elevati. Però, abbiamo anche maturato la convinzione di fare un mestiere che ci piace”. Avete apportato delle innovazioni rispetto a vostro nonno e a vostro padre? “Sicuramente i tempi sono cambiati. Grazie agli studi superiori abbiamo cercato di trasferire le nostre conoscenze a livello concreto e pratico. Ci teniamo aggiornati soprattutto nel campo dei trattamenti”.
Vedete buone prospettive per il vostro futuro? “In questo momento, tra malattie delle piante e prezzi di vendita bassi, non va benissimo. Però stiamo stringendo i denti per continuare l’attività di un’azienda che ha una lunga storia e che ci dispiacerebbe dover abbandonare”.
Lasciamo le parole conclusive ad Ausilia. “Il lavoro è impegnativo e non si devono contare l’impegno e gli imprevisti che, spesso, ti portano via le ore per riposarti. La giornata è finita e ti restano ancora delle cose da fare. Ti manca sempre il tempo. Ma sono contenta così”.









