In pochi mesi da “élite” ha già fatto parlare di sé conquistando la sua prima convocazione in nazionale e vincendo anche la prima medaglia ai Giochi del Mediterraneo. Erica Magnaldi sta scalando molto velocemente le posizioni nel ciclismo professionistico femminile, si è stabilizzata nelle posizioni di testa soprattutto quando si gareggia su percorsi duri e con tante salite. Quando la strada sale, infatti, la ciclista del team BePink si sente a casa, come quando fino a pochi anni fa metteva gli sci ai piedi e otteneva degli ottimi risultati anche nello sci di fondo.
Sognava una carriera da professionista e la nazionale nello sci di fondo, invece l’ha trovata nel ciclismo, dopo aver ottenuto tanti successi da dilettante nelle Granfondo. Un passaggio nell’élite rimandato, come racconterà nell’intervista che ci ha gentilmente concesso, perché ha preferito prima concludere gli studi di medicina a Torino. Proprio giovedì, il giorno successivo alla vittoria della medaglia ai Giochi del Mediterraneo, ha superato brillantemente il suo ultimo esame, confermando che chi eccelle nello sport, riesce a farlo anche nella vita di tutti i giorni.
Ciao Erica e complimenti per la medaglia vinta mercoledì. Ti aspettavi di ottenere risultati tanto importanti già a pochi mesi dal tuo passaggio a élite?
«Sinceramente non credevo di poter fare così bene tanto velocemente, anche se nelle prime uscite stagionali aspettavo le prime gare su percorsi più duri, perché conosco le mie capacità e nelle prime uscite stagionali avevo affrontato gare non adatte alle mie caratteristiche. Al di là del tipo di percorsi trovati, sono cresciuta anch’io gara dopo gara, facendo tesoro delle esperienze avute nelle prime uscite stagionali. Se devo essere sincera, quando ho partecipato alle prime gare e visto le migliori andare fortissimo, ho pensato di non poter mai reggere i loro ritmi. Invece ho scoperto di poter tenere in salita Elisa Longo Borghini già dopo pochi mesi e aiutarla a vincere, una cosa che va oltre le mie aspettative, una bella sorpresa».
Cosa hai provato quando hai ricevuto la tua prima convocazione in nazionale per i Giochi del Mediterraneo?
«Quando mi hanno consegnato il borsone con l’abbigliamento della nazionale, sembravo una bambina di tre anni che scarta i regali davanti all’albero di Natale. Già solo la convocazione rappresentava per me un grande traguardo, figuriamoci la vittoria della medaglia di bronzo. Comunque una parte di me un po’ si aspettava la convocazione, perché sapevo che il percorso era duro e guardando le classifiche delle gare ero stata fin qui una delle migliori in salita. Ci speravo, quindi, ma quando è arrivata è stata comunque una grande gioia».
Com’è stato il ritorno a casa dopo la vittoria della medaglia?
«Bellissimo, anche perché non tornavo a casa da tanto tempo tra gare, ritiro in altura e un periodo a Torino per studio ed esami. Era più di un mese che non mettevo piede a Cuneo ed è stato fantastico ricevere tutto l’affetto di parenti e amici che sono venuti a salutarmi e si sono complimentati con me. Ho visto che continuano a seguirmi in tanti anche ora che sono passata tra le élite perché temevo che dopo l’addio alle Granfondo avrebbero guardato meno i miei risultati, visto che qui quel tipo di gare sono molto seguite. Invece nessuno si è dimenticato di me, coloro che ho conosciuto partecipando alle gare amatoriali hanno continuato a seguirmi anche adesso e mi hanno mandato mille messaggi».
Come mai sei passata ad élite soltanto a 25 anni e non prima?
«Già da tre o quattro anni ricevevo proposto da team di élite, che si erano accorti di me seguendo le gare amatoriali e viste le mie prestazioni in salita. Ho preferito però aspettare, perché allora ero a metà del mio percorso negli studi e Medicina è una facoltà molto dura. Non penso che sarei mai riuscita a fare ambo le cose perché dovevo frequentare le lezioni otto ore al giorno. Già con le granfondo ho fatto mille sacrifici, allenandomi spesso alle cinque di mattina prima di andare all’università. Per questo motivo nelle mie prime stagioni gareggiavo sempre sui percorsi medi, poi lentamente ho sfruttato il lavoro fatto nelle stagioni precedenti e ho affrontato quelli lunghi. La voglia di mettermi alla prova nell’élite, però, mi è sempre rimasta anche perché non è un’occasione che capita tutti i giorni e se volevo provarci dovevo farlo prima che fosse troppo tardi. Così, siccome all’ultimo anno di Medicina le lezioni terminano a dicembre, poi ci sono solo esami, ho pensato che fosse giunto il momento giusto per fare questo passaggio, dando gli esami tra una gara e l’altra, tanto quando devo studiare non ho bisogno di essere fisicamente a Torino. Poi devo dirvi la verità, avevo perso un po’ di stimoli nelle granfondo, dove purtroppo eravamo sempre poche donne al via. Sono molto competitiva e avevo voglia di mettermi alla prova a un livello più alto».
Mercoledì hai vinto la medaglia e giovedì hai passato con successo l’ultimo esame; come riesci a studiare al meglio tra una gara e l’altra?
«Questo esame è stato logisticamente un po’ travagliato perché domenica scorsa ho gareggiato nel Campionato Italiano, lunedì ho fatto lo scritto e nel pomeriggio sono partita per Tarragona. Poi mercoledì ho gareggiato e vinto la medaglia, quindi sono tornata e ho dato l’orale. Non potevo fare diversamente perché era l’ultima occasione per dare questo esame se volevo laurearmi il prossimo ottobre, visto che il prossimo appello era in programma in contemporanea con il Giro d’Italia. Comunque non ho avuto particolari problemi perché avevo studiato moltissimo nei tre mesi precedenti. Certo non è sempre facile mettersi a studiare dopo gli allenamenti, quando vorresti soltanto riposarti, oppure farlo al mattino prima di salire in bici. Le mie compagne di squadra si sono spesso stupite perché tra una gara e l’altra mi hanno vista studiare anche sul pulmino durante gli spostamenti, ho provato a sfruttare ogni momento. È stato un periodo stressante ma sapevo che questi mesi sarebbero stati più complicati. Per fortuna è andato tutto bene sia nello studio sia nelle gare. Ora per fortuna posso rilassarmi un po’, anche perché mi rendo conto di essere stata poco di compagnia con le altre ragazze in squadra. Mi trovo bene con loro e non voglio certo passare per quella che non parla con nessuno (ride, ndr)».
Tornando indietro nel tempo: il tuo primo sport è stato lo sci di fondo.
«Si, nasco fondista. Ho iniziato a sciare già all’età di tre anni e a sei ho iniziato a gareggiare. Ho fatto tutte le categorie giovanili ottenendo buoni risultati a livello nazionale e anche internazionale. Il mio grande sogno era diventare una fondista professionista. Purtroppo il problema del fondo è che hai quattro anni per entrare in un gruppo sportivo, tra i 16 e 19 anni. Se non riesci a farlo in quei quattro anni, quando è troppo presto vista l’età, sei praticamente tagliato fuori, a meno che non ti ritrovi in nazionale oppure almeno aggregato. È impensabile gareggiare alle gare di Coppa Italia pagandoti i viaggi da solo e preparandoti anche gli sci. Ero aggregata al Centro Sportivo Esercito a 18 anni, purtroppo nella stagione successiva andai male, perché avevo sbagliato la preparazione, arrivando alle gare troppo allenata e con aspettative esagerate. A quell’età, però, se sbagli una stagione, resti tagliato fuori, come è accaduto a me. A 19 anni ho dovuto quindi accantonare il sogno da professionista e mi sono iscritta a Medicina. Quando ho smesso ho pensato di continuare a sciare solo per passione, non volevo più vivere lo stress delle gare. Ma ho resistito poco, amo troppo lo sport agonistico, la competizione, così dopo un mese mi sono iscritta già alle prime cronoscalate. L’adrenalina delle gare mi piace troppo. Poi quando fai sport già da bambino, non puoi vivere senza l’adrenalina della gara, che sia di fondo o ciclismo».
Dieci anni fa avresti mai immaginato di vincere una medaglia internazionale nel ciclismo?
«Mai avrei immaginato di diventare una ciclista professionista. Proprio dopo i Giochi del Mediterraneo ho pensato che se dieci anni fa mi avessero detto che avrei vinto una medaglia internazionale nel ciclismo, non ci avrei mai creduto. Anche perché quando facevo sci di fondo, nemmeno mi piaceva l’allenamento in bici (ride, ndr), preferivo la corsa o gli skiroll. La vita, però, riserva dei percorsi che non ti aspetti. Alla fine il ciclismo è una passione di famiglia, mio padre gareggia e mio fratello, oltre ad essere stato un ciclista dilettante e oggi sempre iscritto agli appuntamenti di granfondo, ha anche un'officina di bici. Da me si è sempre respirato ciclismo ma io avevo scelto un altro percorso. Poi, una volta lasciato il fondo, quando mi sono messa a pedalare seriamente, ho iniziato a migliorare a vista d’occhio e prendere fiducia nel mezzo, così il ciclismo ha cominciato a piacermi tanto. Oggi non ne posso fare a meno perché il ciclismo, come l’atletica, crea dipendenza, diventa quasi un bisogno. Se non ti alleni, stai male, ti manca».
Il prossimo appuntamento sarà il Giro d’Italia: qual è il tuo obiettivo?
«Fare il meglio possibile perché il percorso è abbastanza adatto alle mie caratteristiche, essendoci diversi arrivi in salita e una cronoscalata. Penso di potermi difendere bene su quel tracciato e giocarmi le mie carte. Sono consapevole che il livello sarà altissimo, ci sono atlete fortissime ma ho dimostrato di poter tenere il passo delle big e ho sempre maggiore fiducia in me stessa. Magari non sono sono già al livello delle migliori ma sicuramente posso dar loro del filo da torcere. Peccato che nessuna tappa passerà dalle nostre parti, sarebbe stato bello gareggiare sulle mie strade davanti alle persone che conosco. Magari in futuro ci sarà un’altra occasione».
Qual è il tuo sogno nel cassetto?
«Al momento la convocazione per il Mondiale di quest’anno, perché ho visto che il percorso è molto duro e adatto a me. Partecipare a un Mondiale sarebbe la realizzazione del sogno di ogni sportivo, l’apice di una carriera. Vedremo, molto dipenderà da come andrà il Giro. Incrocio le dita».
Alle Olimpiadi di Tokyo 2020 ci pensi mai?
«Per adesso no perché guardo sempre agli obiettivi a breve termine. Non mi piace pensare troppo avanti perché ci sono troppe variabili, preferisco trarre il massimo dalle esperienze quotidiane».





