Io lo so.
Io lo so cosa vuol dire morire di sepsi.
Lo so perché l’ho vista negli occhi di un amico. L’ho vista mentre piano piano, giorno dopo giorno se l’è portato via, il mio amico. E con lui si è portato via il cuore di chi lo ha amato di più, di chi gli è stato sempre accanto, instancabile, senza mai abbandonare la speranza.
La sepsi lo ha mangiato, organo dopo organo, inarrestabile, più forte di ogni antibiotico o forse resa ancora più forte dalle bombe antibiotiche iniettate nel suo sangue. Era un uomo forte il mio amico, in 54 anni non sapeva neppure cosa volesse dire essere ricoverato in un ospedale, dove è entrato per la prima volta, camminando sulle sue gambe per sospetti calcoli renali e ne uscito oltre due mesi dopo, chiuso in una bara.
Oltre due mesi di calvario, di dolore e di lacrime. Sue e di tutti coloro che lo hanno amato, che lo amano adesso ancora più di prima.
Giornate terribili per il mio amico, un uomo intelligente, riservato, rispettoso, che ha combattuto fino all’ultimo per vivere, per vincere quel microscopico batterio, che quando è entrato dentro il suo corpo, dentro il suo sangue, dentro i suoi organi, non lo ha fatto in maniera silenziosa o nascosta.
No, anzi. Lo ha fatto in maniera eclatante, portandosi dietro tutto il corollario più tipico del manuale del buon dottore. Eppure, nonostante ciò non c’è stato modo di fermarlo.
Questo piccolo maledetto batterio è arrivato mostrando la carta di identità eppure niente e nessuno è riuscito a bloccarlo.
Come mai? Perché? Cosa è successo? O per meglio dire, cosa non è successo?
Io lo so cosa vuol dire morire per una infezione. Lo so perché l’ho vista, l’infezione, anzi ne ho viste tre, una dietro l’altra, banchettare con gli organi del mio amico, che se fosse sopravvissuto, comunque non sarebbe mai più stato quello di prima.
Io l’ho viste quelle tre maledette infezioni, sgretolargli adagio, ma senza sosta, la terra sotto i piedi, fino a quando non hanno aperto una voragine. E nessuno è riuscito a trattenerlo il mio amico.
Io me lo vedo lì con gli occhi sbarrati a chiedersi: “ma cosa sta succedendo?”
Chissà, forse avrà avuto anche paura. Del resto, chi non ne avrebbe avuta?
Lo vedo, il mio amico, con quei suoi occhi chiari, le mani grandi, la battuta giusta sempre pronta, mentre tendeva le mani per cercare aiuto e noi tutti, tutti noi a cercare di trattenerlo di non lasciarlo cadere in quel baratro senza ritorno.
Ma non ci siamo riusciti: la sua mano, dentro la nostra, è scivolata senza possibilità di appello.
Perché questo microscopico batterio non se ne va senza devastarti l’esistenza, senza stravolgere i progetti di vita che avevi fatto solo il giorno prima. Non se ne va senza rubarti i sogni tuoi e dei tuoi cari, coltivati per anni.
Io so cosa vuol dire morire per una infezione.
Quello che non sapevo è che ogni anno nel mondo 30 milioni di persone vengono colpite da sepsi, ossia una risposta sregolata ed esagerata dell'organismo a un'infezione e che ne uccide fino a 9 milioni.
Io so come uccide la sepsi, quello che non sapevo è che le infezioni ospedaliere, causate da decontaminazione non corretta e uso eccessivo di antibiotici, sono alla base delle infezioni ospedaliere, che mietono più vittime di quante ne provochino gli incidenti stradali.
In Italia sono 7 mila, ogni anno, i decessi per le infezioni ospedaliere, le sepsi insorte durante il ricovero in ospedale o dopo le dimissioni del paziente.
Un numero elevatissimo, pari al doppio delle morti causate dagli incidenti sulla strada, che sono tremila e 500 ogni anno.
Il mio amico macinava chilometri in auto tutti i giorni ma non è morto in un incidente stradale, è morto per le conseguenze di una setticemia multi organo.
Io so come si muore per un’infezione ed ora so anche - perché l’hanno detto i luminari di tutto il mondo - che è indispensabile sanificare le strutture sanitarie e anche porre un freno all'uso eccessivo di antibiotici, tra le cause principali dell'antibiotico resistenza, divenuta ormai un'emergenza mondiale.
Adesso che il mio amico se lo è portato via un microscopico batterio, adesso lo so che nelle infezioni è fondamentale una diagnosi precoce.
Adesso lo so, ma ormai è troppo tardi.
C’è solo più una cosa che ancora non so: ma come si fa nel 2018, nell’era in cui si opera a distanza, si sostituiscono organi come fossero pezzi di una macchina e nelle sale operatorie gli interventi vengono fatti da computer super precisi, come si fa ancora oggi, in Italia, a Cuneo, come si fa a morire per una infezione?
Ecco questo ancora non lo so.
Nadia





