Bra e Roero - 14 ottobre 2018, 17:55

L’antico castello feudale di Bra ha ripreso vita nella serata di sabato 13 ottobre

Folto pubblico a Palazzo Traversa per ascoltare Fra Luca in una conferenza dal meraviglioso sapore antico

L’antico castello feudale di Bra ha ripreso vita nella serata di sabato 13 ottobre

Il simbolo di Bra? Non era la Zizzola. Contrordine: era un castello. A riscrivere una delle più sensazionali pagine della storia cittadina è Pier Giorgio Isella, frate cappuccino che ha 74 anni ed una grande passione per la ricerca e l’archeologia. Quello che per lunghi anni è stato un luogo celato alla memoria, oggi è un castello ritrovato e di cui si è parlato sabato 13 ottobre alle ore 21 nella sala nobile di Palazzo Traversa a Bra. Relatore è stato proprio il sacerdote torinese, conosciuto come Fra Luca, che da quasi due anni risiede nel Convento di Santa Maria degli Angeli a Bra ed è già stato autore di sorprendenti scoperte. Tanto pubblico per una chiacchierata dal meraviglioso sapore antico.

Che cosa nasconde Bra che gli abitanti non possono neppure immaginare?

Esiste una Bra sotterranea che ha certamente il suo fascino, ma sono molte di più le cose che si possono scoprire guardando in superficie. Ad esempio, partendo dal dipinto di Santa Barbara, risalente al 1662, conservato nella Chiesa dei Battuti Neri e situato dove un tempo c’era il pulpito, si può ammirare lo skyline di Bra aggiornato ai primi cinque anni di vita dell’Arciconfraternita che, prima di avere una sede propria e definitiva, fu ospite del rettore di Sant’Antonino e poi nella chiesa di Santa Maria all’interno del vecchio castello. Dal profilo di questo prezioso documento, riemergono monumenti e architetture cancellati dal tempo, ma non dalla storia, come l’antico castrum braidae, formato da tre torri, di cui una non visibile dalla prospettiva occidentale e dai resti delle mura, che insieme narrano un illustre passato. Intorno all’anno 1000, i Brayda, una famiglia gemmazione dei Marchesi aleramici di Busca, ricevette in feudo dall’Imperatore il territorio di Bra, da cui prenderanno appunto il nome. Inizialmente erano legati ad Alba, poi ad Asti e alla fine dell’XI secolo erigono il castello attorno al quale nasce la Bra medievale, successivamente murata, l’antico borgo di Santa Maria a cui si aggiungeranno altri borghi dove sorgevano le primitive chiese di Sant’Andrea, Sant’Antonino e San Giovanni. La stella dei Brayda brillò fino al XIII secolo”.

Quali riscontri esistono a conferma delle tue scoperte?

Nel dipinto si vede Bra che nasce in alto come borgo di Santa Maria con il castello che troneggia sui bricchi che calano verso Fey. Esso sorgeva sul monte Guglielmo, dal nome di uno dei conti di Bra, a 200 metri dalla futura Zizzola e comprendeva al suo interno la chiesa di Santa Maria. Scendendo con lo sguardo, troviamo la torre civica che svettava dal nostro secondo convento ubicato dove oggi c’è l’ex scuola media Craveri. Quindi, troviamo il campanile dell’antica chiesa di San Giovanni, quella di Sant’Antonino e quello di Sant’Andrea fuori le mura. Infine, si osserva il campanile della chiesa dei Battuti Neri ancora sprovvisto del sopralzo di abbellimento aggiunto dal Boetto. Essa sorgeva dove un tempo era edificata una cappellina che la popolazione braidese aveva dedicato a Santa Barbara, tutrice dagli incendi e che dal XIV secolo aveva il suo da fare, visto che gli eventi naturali come i fulmini e le armi da fuoco potevano devastare le abitazioni in gran parte costruite con legno e paglia. Santa Barbara lascia il posto a San Giovanni Decollato nell’epoca dell’urbanizzazione in cui Bra cresce. La Roata Nuova, oggi via Vittorio Emanuele II, cominciò a collegare tra loro i vari airali, le braide, cioè delle cascine che dal 1500 non sono più sparse, ma vicine alle mura medioevali. Resterà una cappella votiva in onore della santa all’interno della nuova chiesa dei Battuti Neri”.

Le cose che hai scoperto, da quali fonti provengono?

Oggi il castello non esiste più, ma è possibile ammirarlo in documenti antichi come il Codex Astensis e sono ancora presenti alcune tracce. Dopo la sua distruzione, avvenuta nel 1515 ad opera delle truppe francesi di Carlo duca di Borbone, tutta l’area del castello è stata occupata dal convento dei Frati Cappuccini, demolito agli inizi dell’Ottocento dall’abate zoppo Valfrè che voleva farci una vigna. Oggi, percorrendo via Bonino e guardando in cima alla collina, si nota un fabbricato. Anche se da 200 anni è proprietà privata, questo edificio è un pezzo dell’ala settecentesca di quel convento e le fondamenta coincidono con quelle di un lato del castello. Verso l’interno sono ancora presenti gli archi del chiostro. Lavorando sulla pianta settecentesca del convento e avendo la scala per poterla verificare sulle mappe catastali del Comune - rigorosamente precise - ho potuto ricostruire la pianta del maniero. Essa, vista in proiezione, al di là dei particolari stilistici secondari di mero abbellimento, è la riproduzione del disegno medioevale del castello registrato nel 1300 sul Codex Astensis”.

Vocazione e passione per la ricerca, quando e perché?

Sono diventato frate nel 1965 all’età di ventun anni. Al di là dei compiti propri del mio ministero, la passione per la storia l’ho sempre avuta, è nei miei cromosomi. In particolare, nel 1987, dato che a Torino c’erano i restauri del nostro convento sul monte dei Cappuccini, i miei superiori mi avevano chiesto di seguire la Soprintendenza nell’esecuzione dei lavori. È stata l’opportunità per farmi un’esperienza. Insieme a docenti, esperti di architettura e di arte, sono entrato nell’ambito storico che tanto mi piaceva e ho potuto fare scoperta di personaggi, fatti e faccende che dal 1991 ho cominciato a pubblicare, in diverse puntate, sulla rivista Studi piemontesi”.

Poter attingere direttamente agli originali degli antichi testi quali sensazioni ti dà?

Sono sempre avvinto da fascino e stupore quando mi trovo di fronte a documenti antichi, sia cartacei, ricavati da archivi o pubblicazioni, sia materiali come i reperti, perché ti rendi conto che sotto c’è la storia di persone, la fatica del vivere, sogni e tragedie. Io sono solo un modesto studioso, ma vedo la faciloneria con la quale tante volte si parla di storia senza leggere attentamente i documenti originali”.

Che cosa insegna la storia?

La storia insegna che l’uomo, là dove si impegna, può crescere con l’aiuto di Dio e se intrattiene rapporti cordiali con gli altri. Sono una persona ottimista e nei decenni di lavoro nel settore storico, mi sono fatto tantissimi amici di studio e di ricerca che mi hanno arricchito. Ho imparato che in tutti i tempi ci sono uomini protagonisti di atti di eroismo e generosità, ma anche di egoismo e chiusura. Dobbiamo recuperare molto dalla storia, partendo dai giovani. In questo senso, è prezioso il lavoro della Dott.ssa Giovanna Cravero, direttrice di Palazzo Traversa, che cerca di agganciare i ragazzi con proposte come lo studio della storia dell’ambiente e della natura. Anche l’iniziativa del Museo Craveri di esporre dei pannelli sulla storia e l’ambiente di Bra è meravigliosa. Se si investe di più nel far conoscere queste cose, puoi sapere dove stai camminando oggi e non fai passi incerti, perché hai un piede fermo sulle esperienze della storia”.

Il futuro, quindi? Dipenderà dal passato.

 

Si.Gu.

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