Curiosità - 09 novembre 2020, 14:15

Francesca, 23enne di Saluzzo: la tecnologia le consente di continuare a creare e coltivare la sua arte, nonostante la pandemia

Ci sono cose belle che fanno parte delle nostre vite e a cui non siamo costretti a rinunciare. Proviamo a ricordarlo con un'intervista a Francesca Rosso, artista saluzzese di ventitré anni ed ex-studentessa all'Accademia fiorentina

Francesca, 23enne di Saluzzo: la tecnologia le consente di continuare a creare e coltivare la sua arte, nonostante la pandemia

È novembre, un mese che tradizionalmente viene attraversato come anticamera del periodo natalizio e con la mente già proiettata verso un clima luminoso e di festa.

Quest’anno questo sollievo sembra invece venire meno e gli unici addobbi che paiono decorare le nostre giornate risultano malcontento, rabbia, frustrazione generati dalle misure restrittive in vigore che ci obbligano a una nuova reclusione nelle nostre case. Si percepisce un forte vuoto di positività, che la miriade di notizie dolorose a cui quotidianamente siamo esposti non fa che acuire e trasformare in stato d’animo costante. 

Per questo abbiamo deciso di provare ad adottare una nuova prospettiva di osservazione, dalla quale il covid non è più il baricentro delle nostre vite e il lockdown non equivale soltanto a deprimente solitudine, da combattere con corse all’impazzata agli ultimi residui di lievito disponibili nei supermercati, né con sedute di workout riparatrici delle nostre abbuffate o ancora con videochiamate-barlume di momenti conviviali abituali. Ci sono cose belle che fanno parte delle nostre vite e non a tutte siamo costretti a rinunciare.

Per aiutarci a ricordarlo oggi intervistiamo Francesca Rosso, una ragazza saluzzese di ventitré anni con la passione per l’arte e il dono del disegno. 

Com’è nato il tuo rapporto con l’arte? 

Sono cresciuta guardando mio papà che fa l’artigiano e quindi ho sempre avuto sotto gli occhi l’esempio di qualcuno che faceva qualcosa con le proprie mani. Mi piaceva andare in laboratorio da lui. Disegnavo spesso, soprattutto alle medie. Mia mamma alle superiori mi ha proposto di fare un corso di disegno e ho iniziato a disegnare a Manta una volta alla settimana. Sono andata qualche anno poi ho smesso per motivi di studio. Dopo le superiori ero fissata con l’idea di fare l’accademia: ho fatto i test per Firenze e sono entrata e da lì ho iniziato ad approcciarmi in maniera più seria. 

Hai frequentato per tre anni l’Accademia di Belle Arti a Firenze, seguendo l’indirizzo di pittura. Quali sono i vantaggi di studiare arte in una città-capitale del patrimonio artistico italiano e quale effetto suscita su un giovane questo mondo? 

A Firenze è stato bellissimo. Sono stati i tre anni più belli della mia vita. Forse può sembrare un luogo comune, ma vivendoci mi sono veramente innamorata tanto della città, dei suoi colori, della sua luce, dei suoi scorci. Adesso mi trovo a Torino che invece è totalmente diversa: più europea, più grande, più fredda. Una cosa che mi ha stupita di Firenze è che nonostante sia legata all’arte italiana tuttavia è molto aperta all’arte contemporanea: a Palazzo Strozzi, per esempio, vengono esposte sempre mostre molto interessanti. Andare a vivere in un altro posto mi ha permesso di “uscire dalla mia bolla”: aprire gli occhi, formarmi un pensiero critico più strutturato, scoprire che esiste un mondo-altro rispetto al micro-cosmo cui ero abituata. 

Hai aperto un profilo instagram, “Furyu”, in cui esponi i tuoi lavori corredati con brevi descrizioni in inglese (visitabile al link: https://www.instagram.com/_furyu/). Qual è il significato del nome della pagina? Mi sembra di notare alcune costanti nei soggetti protagonisti delle tue opere: componenti che rimandano alla cultura giapponese, cromatismo rosso, elementi cristologici… C’è un progetto, una linea-guida, un movimento artistico in particolare a cui ti ispiri nei tuoi disegni?

Ho aperto il profilo durante il primo anno in accademia con l’intento esclusivo di pubblicare i miei lavori, per la maggior parte dipinti a olio. “Furyu” è una parola di origine giapponese, significa “come acqua e vento che scorre”: mi piaceva questo significato labile, non riconducibile ad una definizione troppo circoscritta. 

Non c’è un movimento particolare a cui faccio riferimento: mi è sempre piaciuto molto disegnare persone e rappresentare così uno stato d’animo. Sono sempre stata vicina a una linea triste, pacata, malinconica, che rappresenta un po' anche la mia indole (infatti non disegno mai quando sono felice di solito). Mi piace molto la cultura e il cinema d’animazione giapponese e sono sempre stata curiosa da questo punto di vista: guardare all’oriente e all’esotico è un modo per pensare a quello che c’è fuori e lontano. 

Cosa provi dinnanzi alla prospettiva di un nuovo lockdown: influirà sul tuo modo di lavorare? Che ruolo svolge per te l’arte in momenti simili? 

Solitamente lavoro in casa e faccio anche un gran casino, perché tendo ad allargarmi il più possibile. 

Nel mio caso il lockdown ha influito più che altro sulla scuola e non tanto sul mio modo di lavorare. Prima potevo uscire e disegnare fuori, ora non più. Paradossalmente lo stare in casa è un bene per me: lo vedo come un modo per non disperdere il mio tempo, ma ottimizzarlo al massimo e concentrarlo sul disegno e sul lavoro, concedendomi di lavorare anche su progetti personali che le consegne scolastiche di tanto in tanto relegano in secondo piano. Il disegno per me è sfogo, mi fa dimenticare tutto quanto c’è attorno: è un’occupazione benefica a cui tutti dovrebbero dedicarsi perché, alla pari delle altre attività manuali, rilassa il cervello. 

Voglio essere positiva per quanto riguarda questa situazione. So che il mondo dell’arte continuerà ad andare avanti: i musei sono una delle cose più belle da visitare e, quando torneranno ad essere aperti, anche il mondo tornerà ad essere più affascinante.  

Cosa prevede il tuo percorso a questo punto: continuerai a studiare o hai altri progetti?

Adesso frequento il Centro Sperimentale di Cinematografia a Torino, dove studio cinema d’animazione. Nonostante la tristezza di non poter andare in classe non ci siamo fermati: un pc, una connessione internet e una tavoletta grafica sono sufficienti a permetterci di lavorare. 

Di progetti futuri per il momento non ne ho: mi piacerebbe poter andare all’estero e produrre cortometraggi o lungometraggi di animazione, che credo sia uno dei mezzi più potenti, sebbene in Italia poco sentito, per veicolare messaggi dai più banali a quelli più complessi nella maniera più diretta ed efficace possibile. Di solito si associa l’animazione a un pubblico prescolare invece è molto più vasto, ci sono film di animazione bellissimi anche per adulti e se penso allo sforzo che c’è dietro rimango stupita. 

Ludovica Rossi

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