Mercoledì 8 marzo tornerà puntuale l’appuntamento con la “Festa della donna”. Come ogni anno si ripresenterà il tema di come scrivere di una ricorrenza come questa evitando o almeno provando a evitare di dire banalità o di fare considerazioni che potrebbero turbare qualcuno o ferire qualcun altro.
La strada più semplice è sempre la stessa: comprare un mazzetto di mimosa, accodarsi ai dettami del consumismo e attendere che arrivi rapidamente il 9 di marzo superando indenni questa data.
Come già avrete capito ho scelto la strada più difficile: provare a parlare della “Festa della donna” esponendomi al pubblico ludibrio.
In che modo è possibile parlare di un tema che riguarda, a detta del sito di statistiche sulla popolazione worldometers.info, 4,2 miliardi di donne su 8 miliardi di terrestri?
A proposito, da una settimana siamo più di otto miliardi, impressionante, ma ne parlerò in altra occasione, in questo caso mi limiterò ai 4,2 miliardi di esseri umani che saranno festeggiati mercoledì.
Torno alla domanda: l’unico modo è partire dalle proprie esperienze, dalle donne amate, dalle donne con cui si è vissuto, dalle colleghe, dalle compagne di studi. Chi scrive, come tutti, ha una madre, come molti ha una sorella e una moglie. Come pochi ha frequentato cinque anni di liceo da unico maschio in una classe di 24 studentesse e nella propria carriera lavorativa ha sempre lavorato sotto la direzione di donne, una esperienza che auguro a tutti.
Dove voglio andare a parare? Ci arrivo.
Ieri, sabato 4 marzo, sono stato a Genova con mia moglie a vedere “Tosca” il capolavoro di Giacomo Puccini nella splendida regia di Davide Livermore.
Tosca è un personaggio che mi ha sempre affascinato, è la quintessenza della femminilità, è una cantante, una donna di spettacolo, è gelosa, di una gelosia pura e piena di umorismo, è pronta a uccidere e a uccidersi per il proprio amore, farebbe di tutto per non cedere al compromesso. Tosca è una donna libera, governata solo dall’amore, spinta dai sentimenti, una donna che non ha paura di dire al proprio amato che non vede l’ora di stare un po’ da sola con lui, mica per giocare a carte, ma proprio per concedersi, per stare tra le braccia del suo Mario.
Lo dice a chiare lettere e non se ne vergogna e non lo dice oggi, lo dice nel 1899, quando il capolavoro pucciniano è stato scritto, in un’epoca in cui per gran parte del mondo occidentale la donna non era altro che un essere senza diritto di parola venuto alla luce solamente per procreare e per badare a marito e figli.
Nel 1899 Tosca era una donna di 30 anni come potrebbe essere mia moglie oggi, una donna libera di scegliere dove stare e con chi stare.
Facendo un bel salto di 124 anni al 3 gennaio 2023 ho nella mente una soleggiata mattinata di inizio anno nella meravigliosa Istanbul, la Roma d’Oriente.
Ero stato nella città turca esattamente dieci anni prima e avevo trovato una città cosmopolita, gioiosa, colorata, ci sono tornato dopo due lustri e l’ho trovata sempre meravigliosa, ma più cupa, più impaurita.
Santa Sofia, una delle ragioni per cui è bello stare al Mondo, dieci anni fa era uno spazio aperto, un monumento nazionale simbolo di integrazione e uguaglianza.
Oggi Santa Sofia è una moschea, per entrarci bisogna fare una lunga coda, occorre passare sotto un metal detector, è obbligatorio togliersi le scarpe e, per le donne, indossare il velo.
Il grande mosaico dorato del Cristo Pantocratore oggi è coperto da un telo che ne impedisce la vista.
Non sapevo che quel giorno di due mesi fa mi sarebbe rimasto così impresso. Pochi passi dopo l’ingresso un lungo recinto divide in due parti Santa Sofia.
A controllare l’accesso è una donna che a una rapida occhiata indica chi può entrare e chi no. Non ci sono parametri di merito, nemmeno vengono fatte questioni di ceto o di classe, persino il credo non è un metro di giudizio. Esiste un unico e solo parametro: gli uomini possono entrare, le donne no. Punto.
Mia moglie si è fermata nel recinto, io sono entrato. Se lei fosse stata premio Nobel e io un ladro o un assassino sarebbe stata la stessa, identica, cosa: lei nel recinto, io libero di girovagare in tutta quella magnificenza, libero di fotografare ogni centimetro quadro di quell’enorme mosaico d’oro che costituisce una delle meraviglie del Mondo.
Mia moglie mi ha detto: “Non preoccuparti, vai tu, fai delle belle foto” e mi ha sorriso, un sorriso amaro. Forte del mio essere maschio ho varcato quel cancello e ho scattato qualche foto.
Senza merito alcuno.
Dopo qualche passo mi sono voltato e, dietro il recinto, ho visto una ragazza di 28 anni, con un velo in testa e un velo di tristezza sul volto, ho visto mia moglie, ho visto Tosca, una donna forte che per amore stava vivendo un’ingiustizia.
Ho pensato decine di volte a quell’immagine e ogni volta quell’immagine mi ha disturbato. Il fatto che mi abbia così disturbato penso sia un bene, anzi ne sono convinto, perché è il sintomo che i secoli non siano passati invano.
Mi sono voltato e sono tornato sui miei passi e ho pensato che quella sarebbe stata la prima e l’ultima volta in cui mia moglie si sarebbe dovuta fermare un passo dietro di me. La prima e l’ultima, sono due mesi che lo ripeto a me stesso.
Quello che voglio augurare a tutte le donne, in vista dell’8 marzo, è di poter scegliere di essere donne come Tosca, donne libere di amare, che sia un uomo, come nel caso di Tosca, che sia un’altra donna, un figlio, un animale, ma anche un lavoro o un luogo. Auguro loro di non trovare recinti, di avere il coraggio di scavalcarli se dovessero costringerle e di non sentirsi mai sbagliate per il solo fatto di sentirsi parte di un genere.





