«Sarò il Presidente di tutti e non solo di quelli che mi hanno eletto». Iniziava così la storia del Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che si è chiusa per sempre lo scorso 22 settembre.
Aveva 98 anni e di record ne ha battuti tanti. Undicesimo Capo dello Stato, è stato il primo a ricevere due volte l’incarico, ma non solo. È stato anche il primo esponente del Partito Comunista Italiano a salire al Quirinale e ad andare negli Stati Uniti, paese con cui è riuscito ad intessere relazioni sempre più fitte. Non è un caso se Barack Obama, lo ha più volte definito l’amico Giorgio e il New York Times, nel 2011, lo ha elogiato chiamandolo «Re Giorgio».
Laureto in Giurisprudenza all’Università Federico II della sua Napoli, è il Presidente delle riforme istituzionali e costituzionali. Già ministro dell’Interno e Presidente della Camera viene eletto nel 2006 dal governo Prodi, gioendo per la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio di Berlino.
Durante gli anni dei suoi due mandati, al governo passano poi Silvio Berlusconi, il tecnico Mario Monti, Pier Luigi Bersani, Enrico Letta per il governo delle larghe intese e il premier Matteo Renzi.
Dai suoi interventi si percepiva un amore quasi colmo di tenerezza per la cosa pubblica che non è comune da ritrovare oggi. Quando parlava dell’Unione Europea, in particolare, Napolitano si illuminava di una fiducia in un futuro di pace e di inclusione privo di confini. La sua scomparsa è stata l’occasione per ricordare che i valori democratici a cui lui ha dedicato una vita intera, continuano ad essere attuali e necessari.
Ed è proprio nella democrazia, nella politica come impegno collettivo, che possiamo trovare l’eredità di questo uomo moderno e di altri tempi: «Non c’è futuro per l’Italia - ha dichiarato in uno dei suoi messaggi di fine anno da Presidente - senza rigenerazione della politica e della fiducia nella politica».





