Il 16 gennaio 2009 veniva ucciso a Langata, nel suo ufficio all’interno del ‘Philosophycum’ alle porte di Nairobi, in Kenya, padre Giuseppe Bertaina, missionario cuneese. Pubblichiamo a seguire un ricordo scritto dal nipote Silvano, collaboratore del nostro giornale.
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Padre Giuseppe era nato a Madonna dell’Olmo il 3 ottobre 1927. Avrebbe dunque compiuto 82 anni, cinquanta dei quali passati in Africa. Famiglia contadina povera, mezzadri a tetto Lupotto, otto figli vivi, tanti morti piccoli.
Mio padre, di due anni più vecchio, scampò alla leva fascista salendo in Val Maira con i partigiani di Giorgio Bocca. Giuseppe a quei tempi era in seminario a Cuneo dove frequentò ginnasio e liceo, per poi nel 1946 cominciare il postulandato alla Certosa di Pesio.
Nel 1947 è novizio, studia teologia, eccelle in greco, ma è portato anche per le materie scientifiche, tanto da finire in Inghilterra a Poulton - Lancashire per studiare l’inglese, poi a Cape-Town in Sudafrica, dove si laurea in Fisica, Scienze e Matematica ottenendo l’abilitazione all’insegnamento in lingua.
Dopo il Sudafrica, il Kenya. Sul finire degli anni ’50 è a Kevote, opera in diverse scuole della zona di Meru, alle pendici del monte Kenya, tra verdi coltivazioni di the e di caffè, poi viene mandato a Sagana, preside della scuola professionale appena costruita dall’Istituto della Consolata per offrire un mestiere e un futuro ai giovani dei villaggi intorno.
Ci resterà fino al 1989, quando diventa preside e rettore del Philosophycum, all’interno del seminario delle Missioni Consolata, alla periferia di Nairobi.
Lì si adopera per costruire una biblioteca ricchissima di testi filosofici, moderna e funzionale. Ci teneva moltissimo, è stata per anni la sua occupazione principale, anche come economo revisore dei conti, incarico che col passare degli anni gli venne affidato dalla comunità.
Io andai a Langata nel 2000. Il grosso edificio ha un muro di cinta come quello delle caserme, le guardie armate all’ingresso. Si trova in una zona dove sorgono altri istituti religiosi, di molte confessioni: poco distante la strada che porta all’aeroporto, lungo la quale si trova una delle carceri di Nairobi, dove ogni domenica padre Giuseppe andava a celebrare la messa e a confessare.
L’incarico di far visita ai carcerati lui lo ha lasciato alla sua sorella più giovane, anche lei religiosa nella congregazione delle Domenicane: ogni settimana suor Carla va a Rebibbia a svolgere uno dei compiti che il Vangelo, a ben leggerlo, affida ad ognuno di noi.
Padre Giuseppe venne ucciso una mattina di gennaio da due ex-seminaristi, Felix Savayi e Mabel Kavati, poi catturati e condannati all’ergastolo: lo legarono alla seggiola e gli misero una borsa di nylon in bocca affinché non gridasse, soffocandolo.
Se fu per rapina, (non aveva nemmeno una cassaforte e non teneva certo valori) o per vendetta di uno dei due, cacciato per indisciplina dal seminario qualche tempo prima, non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai.
Resta il dispiacere per una morte ingiusta, che padre Giuseppe non meritava di certo, dopo aver dedicato all’Africa tutta la sua vita di religioso e di insegnante.
Ogni cinque anni tornava in Italia durante l’estate. Mio padre lo portava in giro a ritrovare amici e parenti, faceva con lui lunghe partite a scopa (erano due fenomeni…), girellavano insieme per raccogliere fondi e materiali da portare poi in Kenya, sempre alle prese con qualche progetto nuovo, in un paese che come soleva ripetere “andati via gli inglesi non ha saputo organizzare la propria libertà, finendo con cadere nelle mani di politici corrotti”.
Fu un uomo di chiesa pragmatico e onesto, un insegnante di prim’ordine, un sacerdote di fede salda e di grande carisma.
Noi familiari lo ricordiamo in questa ricorrenza con grande affetto e commozione.
Silvano Bertaina
















