Le acciughe fanno il pallone
Che sotto c'è l'alalunga
Se non butti la rete
Non te ne lascia una
E alla riva sbarcherò
Alla riva verrà la gente
Questi pesci sorpresi
Li venderò per niente
Se sbarcherò alla foce
E alla foce non c'è nessuno
La faccia mi laverò
Nell'acqua del torrente
Ogni tre ami
C'è una stella marina
Amo per amo
C'è una stella che trema
Ogni tre lacrime
Batte la campana
Passano le villeggianti
Con gli occhi di vetro scuro
Passan sotto le reti
Che asciugano sul muro
E in mare c'è una fortuna
Che viene dall'oriente
Che tutti l'hanno vista
E nessuno la prende
Ogni tre ami
C'è una stella marina
Ogni tre stelle
C'è un aereo che vola
Ogni tre notti
Un sogno che mi consola
Bottiglia legata stretta
Come un'esca da trascinare
Sorso di vena dolce
Che liberi dal male
Se prendo il pesce d'oro
Ve la farò vedere
Se prendo il pesce d'oro
Mi sposerò all'altare
Ogni tre ami
C'è una stella marina
Ogni tre stelle
C'è un aereo che vola
Ogni balcone
Una bocca che m'innamora
Ogni tre ami
C'è una stella marina
Ogni tre stelle
C'è un aereo che vola
Ogni balcone
Una bocca che m'innamora
Le acciughe fanno il pallone
Che sotto c'è l'alalunga
Se non butti la rete
Non te ne resta una
Non te ne lascia una
Non te ne lascia
Si intitola “Le acciughe fanno il pallone” la canzone che Fabrizio De André scrisse nel 1996 assieme a Ivano Fossati, parte dell’album Anime Salve.
Racconta della sua città, Genova, dei pescatori e di quell’antica tradizione che riguarda la vendita di acciughe ed altri prodotti ittici conservati, acquistati in Liguria e venduti poi in altre regioni. Racconta e ci riporta inevitabilmente anche in Valle Maira, proprio dove nacque il mestiere dell’acciugaio, dove in questi giorni a Dronero si vive la Festa degli Acciugai: ogni anno il primo fine settimana di giugno piazza Martiri e le vicine vie si popolano di bancarelle e per tutti il ricordo torna indietro nel tempo.
“Venite venite - dicevano gli acciugai - siamo arrivati! Dalla terra noi portiamo il mare.” Partivano da Tetti di Dronero, a piedi e con i loro carretti rigorosamente pitturati d’azzurro, percorrendo ogni giorno circa trenta chilometri a piedi, fino a raggiungere il mare. A piedi fino in Liguria, comprando le acciughe ed altro pesce salato, rivendendo il pescato nella propria regione ma anche in altri luoghi, come ad esempio in Lombardia. Fino agli anni ‘70 del secolo scorso i figli degli acciugai erano sempre, fin da piccoli, chiamati a collaborare all’attività dei genitori, aiutando nella preparazione dei prodotti destinati alla vendita o anche, appena in grado di farlo, all’attività stessa di vendita.
La canzone “Le acciughe fanno il pallone” ci fa ripercorre anche le Vie del Sale, percorsi che ancora oggi ricordano una storia di fatiche ma anche, senza dubbio, di intraprendenza, di quell’inventarsi un mestiere per “tirare a campare”, alcuni facendo poi fortuna. Indietro nel tempo, nella dura vita di un tempo, immaginando passi affaticati e tenaci, sogni e fortuna.
E poi De André ripercorre una leggenda: all’inizio le acciughe erano stelle, gettate nel mare dalla luna invidiosa della loro luce. Sarebbe infatti questo il motivo per cui tornano in superficie, attirate dal miraggio artificiale delle lampare. Acciughe che vorrebbero ricongiungersi al cielo, ma che finiscono nelle reti dei pescatori e che, un certo senso, trasformano i pescatori di acciughe in pescatori di stelle.
Nel buio questi pesci vengono attirati dalla forte luce delle lampare poste sulle barche che stazionano in mezzo al mare, accerchiati con la rete e pescati. Solitamente scappano in branchi, ma scappano da chi? Si raccolgono in vortici che somigliano a enormi palloni perchè sono cacciate dall’Alalunga (Tunnus Alalunga) ed è in questo momento che il pescatore deve essere velocissimo a gettare le reti prima che l’Alalunga si divori i pesci e non resti più nulla. Emerge dunque anche il triste destino delle acciughe.
“Fanno una morte assurda, crudele. Ancora molte persone pensano che i pesci non soffrano”.
Link canzone https://m.youtube.com/watch?v=C_hgji7rFqA
C’è davvero tutto in questa canzone: la storia, la vita di un tempo dei pescatori e degli acciugai, l’importante e prezioso ricordo. E c’è, inevitabilmente, la vita che negli anni è cambiata, l’inizio anche di una sensibilità e consapevolezza nei confronti degli animali. C’è così, tra le note, che non è tanto il rivivere ma il poter oggi scegliere, l’unico vero restituire alla tradizione la sua identità, alla fatica di quei trenta chilometri al giorno quando non c’era davvero altra possibilità.





