Tornano a far parlare di sé, ad oltre un secolo dalla loro scomparsa, i “Giganti delle Alpi”: Battista e Paolo Ugo, due figure leggendarie originarie di Vinadio, diventate celebri tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento per la loro straordinaria statura e per la carriera da attrazioni circensi, prima in Francia e poi negli Stati Uniti.
L’idea di riportare a casa i resti di uno dei due fratelli, approdata anche sui social, ha riacceso l'interesse sulla loro vicenda, ma anche sollevato dubbi di natura pratica, storica e culturale. Al momento si tratta solo di un’ipotesi informale, mai approdata ufficialmente in Consiglio comunale. “No, – conferma il sindaco di Vinadio, Giuseppe Cornara – non se n’è mai parlato in Consiglio. È una questione che non abbiamo mai affrontato in via ufficiale. Ora che me lo dice, potrei anche rifletterci, ma al momento non abbiamo preso alcuna posizione.”
Cornara evita di esprimersi sul valore dell’iniziativa: “Mah, dipende… Tutto molto pratico, direi. Bisogna vedere quanto è fattibile, quanto è complicato, quanto costa”. Aggiunge un particolare: “La nipote dice di essere stata a New York, ma di non aver trovato nulla,” riferendosi alla tomba di Battista, la cui esistenza rimane addirittura incerta.
La storia di Battista (nato nel 1876) e Paolo (nel 1887) ha inizio in una famiglia numerosa e modesta di Vinadio, tra le montagne aspre e la povertà diffusa. Erano giganti veri: pare che Battista superasse i 2,60 metri di altezza, pesasse più di 200 chili e da bambino usasse come banco di scuola un tronco di castagno. Si racconta anche che accendesse i fiammiferi sfregandoli sui balconi, che camminasse curvo sotto i portici di Cuneo e che riuscisse a portare carichi da 400 chili sulle spalle. Realtà o leggenda?

Paolo, più giovane, impressionò invece il medico della leva militare, che lo immaginava “una perfetta guardia del Palazzo Reale di Roma”. Ma, ironia della sorte, fu un altro fratello, Giuseppe, a essere riformato: per insufficienza di statura, era alto appena un metro e cinquanta.
Nel 1891 Battista emigrò in Francia per lavorare come boscaiolo. Lì fu notato da un impresario circense, che gli propose di entrare nel mondo dello spettacolo. Il bisogno di lavorare era tanto, e Battista accettò. I francesi gli "rubarono" l'identità: Battista fu ribattezzato “Baptiste Hugo”, e il suo luogo di nascita fittiziamente attribuito a Saint-Martin-Vésubie: iniziò così la sua carriera di “fenomeno da baraccone”. Le folle accorrevano a vederlo e vennero persino stampate cartoline con la sua immagine.
Nel 1905 fu raggiunto in Francia dal fratello Paolo. Insieme, con il nome di “Géants des Alpes”, girarono l’Europa e frequentarono i salotti dell’alta società, dove venivano trattati come curiose stranezze. Guadagnavano poco, ma abbastanza per sostenere la famiglia. Vestivano con eleganza, portavano al polso orologi grandi come sveglie e riuscirono a comprarsi una casa a Maisons-Alfort, nei sobborghi di Parigi: un sogno per due ex montanari.
Quel sogno, però, si spezzò il 15 febbraio 1914, quando Paolo morì a soli 26 anni. Fu sepolto in una tomba fuori misura, per la quale Battista dovette pagare un sovrapprezzo. Oggi quella tomba non esiste più: la concessione è scaduta e le sue spoglie sono state trasferite nell’ossario comune.

Due anni dopo morì anche Battista, lontano dalla sua terra, in un ospedale di Manhattan. Era approdato negli Stati Uniti per unirsi al celebre circo Barnum & Bailey, ma l’esperienza si rivelò umiliante: costretto a esibirsi in costumi ridicoli, isolato e malinconico, si lasciò andare. Il New York Times scrisse che “il gigante è morto di nostalgia per la sua assolata Italia”.
La tomba di Battista si troverebbe nel cimitero di Green-Wood a Brooklyn, ma non ci sono certezze. Su questo punto interviene l’ex sindaco di Vinadio, Angelo Giverso, che solleva dubbi importanti: “Qualcuno sostiene di aver trovato Battista, ma non la lapide. Solo il terreno dove venivano seppelliti gli artisti del circo Barnum. Quindi, riportiamo a Vinadio Battista o uno qualunque del circo Barnum?”

(L'ex sindaco di Vinadio Angelo Giverso)
Secondo Giverso, più che concentrarsi su un rimpatrio che senza adeguati riscontri scientifici (costosi) resterebbe incerto, sarebbe più utile riflettere sul valore simbolico della vicenda: “Credo sia più interessante raccontare, attraverso la storia dei giganti, quei cinquant’anni di migrazione e di spopolamento. Quando ancora non c’erano strade e la famiglia andava e veniva tra Vinadio e Parigi”.
Ricorda che il padre dei giganti si trovava già a Parigi nel 1870, durante la guerra e la carestia. Tornò poi a Vinadio per lavorare alla ricostruzione del Forte, dove nacque il primo dei giganti. In seguito, nuovamente in Francia, nacquero gli altri figli: “Si spostavano con bambini e tutto”, racconta Giverso. La famiglia possedeva anche una baita nel vallone del Rio Freddo, chiamata “Politela” e conosciuta come “la casa dei giganti”.

In totale nacquero sette fratelli. Giverso sfata anche un mito: “Solo il secondo e l’ultimo erano davvero alti. Gli altri di statura normale”. Ricordate il fratello riformato perché alto appena 150 centimetri?
L’ex sindaco collega invece il tutto al tema più ampio dell’esodo che vissero le montagne in quel periodo: “Nel 1936 a Vinadio venne fatto un censimento straordinario. In soli cinque anni, rispetto al 1931, la popolazione residente era calata del 25%. E lo stesso accadeva nei comuni vicini: la gente scappava".
Poi aggiunge un dato curioso, e anche divertente, circa l'aspetto demografico: "Oggi nascono due bambini all’anno. All’epoca ne nascevano 110 solo a Vinadio. Ma se analizziamo i dati per mese, vediamo che a ottobre, novembre e dicembre i numeri calavano del 25%, perché gli uomini erano via e le madri e le suocere controllavano le ragazze. Le comari si chiedevano: ‘Ma il marito è partito prima di Natale o dopo Natale?’”

Oggi, in paese, dei due giganti restano due statue colorate, una rosa shocking e una verde mela, realizzate dall’artista scozzese David March e installate nel 2020 davanti al Forte Albertino, proprio su iniziativa di Angelo Giverso. “Possono piacere o meno – conclude l’ex sindaco – a mio figlio, per esempio, non piacciono. Ma sono espressione dell’arte contemporanea. Era il nostro modo per ricordare due concittadini che non ebbero una vita felice.”
Restano anche i racconti, le cartoline, le testimonianze e gli studi di autori come Alberto Revelli, Nico Orengo, Adriano Restifo e Paolo Balmas.
Il dibattito sul rimpatrio di uno dei due giganti resta aperto. Ma forse, più che riportare fisicamente a casa ciò che (forse) resta di Battista, quel che davvero conta è mantenerne viva la memoria di entrambi. Perché con la loro storia si racconta quella di un’epoca fatta di emigrazione, sacrifici, sogni e ritorni mai compiuti.





