Finalmente una statua che celebra una donna. “Finalmente” è un avverbio doveroso, dato che a Torino quella a Giulia di Barolo è la prima dedicata a una figura femminile. E negli occhi di quella scultura in bronzo si scorge l’impegno della benefattrice a favore dei più deboli, tenendo tra le braccia una carcerata.
Gran bella notizia in questo 2026 durante il quale celebreremo l’anniversario del voto femminile del 1946, considerando che comunque nei monumenti e nella toponomastica in generale abbiamo ancora tanta strada da percorrere. Statue, vie, giardini… Per la maggior parte sono infatti appannaggio di personalità maschili. Illustri, per carità. Ma quante donne meriterebbero uno spazio, e ancora non ce l’hanno?
Il monumento a Giulia di Barolo (1786-1864), voluto dall’Opera Barolo per la sua fondatrice presso il Palazzo omonimo in centro città, patrocinato dalla Città di Torino e dall’Accademia Albertina delle Belle Arti, e grazie alla mano dello scultore Gabriele Garbolino Rù (con la curatela artistica di Enrico Zanellati), assume quindi un valore ancora più importante.
L’inaugurazione della statua, avvenuta il 17 gennaio in presenza delle autorità civili e religiose, è stata dunque l’occasione per far scoprire i luoghi della vita della marchesa Giulia di Barolo, nata Juliette Colbert de Maulévrier. A partire dal Distretto sociale Barolo, che fondò col marito Carlo Tancredi come primo luogo di accoglienza per le donne in difficoltà, più altri servizi sociali ed educativi, che l’Opera Barolo ha tutt’oggi il compito di mantenere vivi. Venerabili dal 2015 lei e dal 2018 lui, per Giulia e Carlo Tancredi è in atto il processo di beatificazione.
E speriamo che la bella, colta ed empatica marchesa si faccia pioniera di una nuova rivoluzione, che porti le donne della storia e della cultura ad avere il riconoscimento che meritano.
Il sogno del cardinale Repole
In occasione del vernissage della scultura dedicata alla venerabile marchesa Giulia di Barolo sulla facciata della storica residenza, all’angolo tra via Corte d’Appello e via delle Orfane a Torino, il cardinale Roberto Repole ha lanciato l’idea di proporre come patrimonio mondiale dell’umanità Unesco il “chilometro quadrato della carità”, cioè quella superficie che comprende Palazzo Barolo, poco distante la Consolata, il Valdocco di don Bosco, il Cottolengo, il Distretto sociale Barolo, e poi ancora il Sermig, una sorta di storica Cittadella dei Santi sociali.
"Penso - ha detto l’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa - che il più grande patrimonio dell’umanità sia l’umanità stessa», e noi non potremmo essere più d’accordo".





