Si sapeva che avrebbe fatto discutere e così è stato. Gli ingredienti sono quelli classici di "Report": due segnalazioni anonime, due testimoni occultati, insinuazioni varie, interviste tagliate ad arte. Il giornalismo d’inchiesta con quel pizzico di pepe e di costruzione che, in ogni caso, ha fatto scuola in un paese dove il giornalismo d’inchiesta è relegato e delegato a pochi giornalisti locali con una propensione al masochismo.
Il risultato finale è quello che abbiamo sempre saputo, anche senza la trasmissione di Sigfrido Ranucci: i tartufi bianchi non arrivano da Alba, quasi mai dalle Langhe e nemmeno sempre dal Piemonte. Non serve Report per capire che in mesi di ottobre con temperature a 20 gradi la provenienza del tartufo bianco non poteva essere Langhe o Roero e nemmeno il Piemonte.
Lo sapeva anche il mai troppo celebrato Giacomo Morra, a cui dovremmo costruire mezzo busti in ogni via e piazza di Alba. Questo uomo gracile, non particolarmente alto, nato povero, nemmeno baciato dalla fortuna della bellezza, con tenacia e carisma riuscì a convincere il mondo che i tartufi bianchi migliori del globo provenissero da Alba.
Non ci sono evidenze scientifiche di questo, non è dimostrato e dimostrabile che sia così. Da nessuna parte sta scritto che i tartufi bianchi delle Langhe siano i migliori, specie oggi che di tartufi, nelle Langhe del vino, se ne trovano pochissimi.
Quella di Morra fu una straordinaria mossa di marketing, una geniale invenzione per promuovere un territorio povero, sfortunato, la Langa della Malora, difficile da coltivare, grama e intrattabile. Un terreno che fino a ieri valeva niente e che oggi si vende a 4 milioni di euro l’ettaro.
Dalla Malora al benessere in 70 anni, grazie a Morra, a Ponzio, in seguito, ai produttori di vino, ai capitani d’industria.
Un grande lavoro collettivo che va difeso, perché tutti abbiamo da perdere. Tutti. Anche quelli che sogghignano pensando al servizio di Report pensando “io lo avevo detto”.
Mettere a rischio il sistema tartufo non significa solo danneggiare qualche trifolao o qualche grande commerciante.
42.282.603 euro. Tanto vale il giro di affari diretto e dell’indotto della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, cifra che fa della kermesse langhetta la manifestazione enogastronomica "business to consumer" con il miglior impatto in Italia.
Un giro d’affari 141 volte superiore alla spesa pubblica per la Fiera, pari a 299.500 euro, a cui aggiungere una valutazione (prudenziale) dell’impatto della comunicazione generata dall’evento elaborata attraverso l’Advertising Value Equivalent, stimato confrontando i valori medi dei listini pubblicitari italiani e internazionali e applicando i necessari parametri integrativi che ha permesso di attribuire alla copertura media della Fiera di 3.654.000 euro, una cifra superiore di 26 volte rispetto al budget di promozione e comunicazione investito da Ente Fiera, pari a 138.608 euro, e di 78 volte rispetto alla spesa per l’acquisto di spazi pubblicitari sostenuti dalla stessa (46.905 euro).
Un giro d’affari legato al tartufo bianco che vale, secondo il Centro Nazionale Studi Tartufo 20 euro per ogni euro di Tuber lamellato, una cifra che per il Piemonte sale a 250 milioni di euro.
Il tartufo traina il turismo, fa lavorare i nostri figli assunti da hotel o ristoranti, fa lavorare il cugino che ha un negozio in via Maestra o sulle colline di Langa o nel Roero.
Se crolla questo sistema, crolla tutto e quelli che sogghignano pensando al servizio di Report mi sembrano dei moderni Tafazzi, pronti a picchiarsi sugli attributi.
Il servizio di Report può diventare una grande opportunità per riflettere sul futuro di questo prodotto, nel periodo in cui il tartufo bianco prende una pausa con il fermo biologico scattato il 1° febbraio, fino al 1° ottobre.
Questo è il momento di pensare a regole serie che guardino al futuro e che blindino il buon nome del tartufo bianco d’Alba.
Non è possibile fare un discorso di provenienza? Bene, facciamone un discorso di qualità. Ad Alba si devono poter comprare i migliori tartufi del mondo. Nel mercato del tartufo del Cortile della Maddalena deve arrivare il meglio del meglio, il miglior prodotto in circolazione e per molti versi è già così.
Quello del Tartufo Bianco d’Alba deve diventare un marchio di qualità assoluta più che un marchio territoriale, perché sarà sempre complicatissimo, se non impossibile, stabilire con certezza la provenienza di un tartufo bianco.
Dalla tutela di questo nome passa molta della nostra economia futura, con buona pace dei Tafazzi nostrani.





