La donazione di organi è un gesto di straordinaria generosità, ma richiede anche fiducia nel sistema sanitario e una comunicazione chiara con le famiglie.
Ed è ciò di cui sono convinti la dottoressa Federica Lombardi, coordinatrice dell'ospedale Santa Croce di Cuneo per le donazioni, l’infermiera Patrizia Rosso del gruppo di coordinamento e il dottor Domenico Vitale, primario della Rianimazione.
Negli ultimi tempi alcuni episodi, come il grave errore avvenuto a Napoli — anzi, secondo il dottor Vitale si è trattato di una somma di errori — hanno avuto grande risonanza mediatica, contribuendo a generare sfiducia nell’opinione pubblica. E a danneggiare un sistema che funziona e che salva vite. Oltre 80mila dal 2002 ad oggi.
"Questi casi fanno rumore e inevitabilmente creano timori, ma il nostro lavoro si basa su protocolli rigorosi e sulla massima trasparenza", spiegano i professionisti.
La gestione della donazione è un percorso delicato.
Sono stati 22 i casi, nel 2025, di persone in morte encefalica ricoverate nel reparto di Rianimazione dell'ospedale di Cuneo, per i quali sono stati attivati i colloqui per il consenso o immediatamente le procedure per il prelievo degli organi.
Di questi, sette non hanno accettato. Tra loro, una sola persona aveva negato il consenso in vita. Per gli altri sei deceduti la decisione è stata dei familiari.
Degli altri 15, sette avevano espresso la loro scelta per il sì già in vita, per gli altri otto ha dato il consenso la famiglia.
Non sono numeri bassi, anzi. Sommando i donatori e dividendoli per i nosocomi italiani, sono in media 7-8 per ospedale. Ma è una media, appunto, perché tolti i grandi centri, che contano diverse decine di casi, negli ospedali di provincia i numeri sono decisamente bassi e sono tanti gli ospedali a casi zero.
Per quanto riguarda, invece, i numeri di chi, in vita, ha espresso le proprie volontà, quelli di Cuneo rispecchiano il dato nazionale. In Italia è, infatti, circa di un terzo la popolazione che si è espressa sul consenso o il diniego alla donazione in caso di morte.
L'auspicio è che sempre più persone decidano per se stesse, in piena libertà e coscienza. Perché è una decisione che può cambiare la vita di altre persone e perché non lascia ai propri congiunti, in un momento di dolore, il peso della scelta.
Lo si può fare in occasione del rinnovo della carta di identità, presso l'Asl di appartenenza o sul sito di AIDO, associazione donazione organi.
Quando a decidere sono i familiari, sono previsti due colloqui. "E' un momento che affrontiamo con la massima attenzione e rispetto", sottolineano la Lombardi e la Rosso.
Ma, aggiungono, "a volte sono proprio i familiari a chiederci se esista la possibilità di donare. Succede sempre più spesso".
Ricordano un caso con grande coinvolgimento, perché fu una testimonianza del valore profondo della donazione. "Non potremo mai dimenticare la generosità dei genitori di un ragazzo di 17 anni, vittima di un grave incidente stradale. Grazie alla loro decisione, abbiamo potuto prelevare tutti gli organi e salvare più vite. Uno dei suoi reni è stato trapiantato anche a un bambino".
Non sempre, tuttavia, la donazione è possibile. Un caso emblematico, ricorda Vitale, è quello di una giovane donna francese di 35 anni, colpita da arresto cardiaco a Mondovì e rianimata.
Trasferita in ospedale, era in coma irreversibile ma non in morte cerebrale. "Era una situazione complessa: sarebbe sopravvissuta, ma con gravi menomazioni. I genitori volevano donare gli organi ma all’epoca, nel 2018, non eravamo ancora preparati per la donazione a cuore fermo", spiega il dottor Vitale. Questa possibilità, la donazione dopo arresto cardiaco, è stata introdotta nella nostra struttura solo nel 2024. "È un percorso che richiede competenze e organizzazione specifiche. Oggi siamo pronti".
Ma, pronte, lo sono le persone? Forse no, quando si trovano a dover prendere decisioni nelle quali entrano in gioco l'etica, i propri valori ma anche e soprattutto le proprie paure.
C'è grande confusione e anche ignoranza sul tema. E spesso ci si imbatte in timori che sfiorano l'assurdo. Uno dei più diffusi è che vengano prelevati gli organi prima ancora di avere la certezza della morte della persona.
Ma sono, appunto, timori assurdi. Perché in Italia i protocolli sono serissimi e il processo di accertamento della morte segue procedure rigorose.
"La morte viene certificata attraverso protocolli precisi. In Italia si effettua il tanatogramma, che verifica l’assenza di attività cardiaca, per almeno 20 minuti, e, soprattutto, l’elettroencefalogramma prolungato, per accertare la morte cerebrale. La morte, dal punto di vista medico, coincide sempre con la cessazione irreversibile delle funzioni del cervello, sia per trauma sia come conseguenza di arresto cardiaco. E' una commissione di tre medici ad accertare la morte, dopo sei ore di osservazione. ", spiega il primario della Rianimazione.
Nel suo reparto, che dispone di 23 posti letto quasi sempre occupati, il personale affronta quotidianamente situazioni complesse. "Abbiamo sempre il timore di non essere abbastanza chiari o delicati. È un momento difficile per le famiglie, e la comunicazione è fondamentale", spiega ancora la dottoressa Lombardi.
La sensibilità nel territorio è grande. "I giovani sono molto attenti al tema. Lo vediamo quando andiamo nelle scuole e parliamo con i ragazzi. In generale, i cuneesi dimostrano generosità e consapevolezza".
Da qui l’appello finale: "Serve fiducia nel sistema sanitario e nei professionisti che vi operano. Donare è un gesto di straordinaria umanità. Significa trasformare una perdita in una possibilità di vita per altri".





