Dopo la sentenza emessa dal tribunale di Torino la scorsa settimana, che ha riguardato episodi di tortura nel carcere Lorusso e Cutugno su alcuni detenuti, nella giornata di ieri, lunedì 16 febbraio, anche a Cuneo è arrivata la sentenza della prima tranche sulla maxi inchiesta che, tre anni fa circa, ha coinvolto la casa circodariale del Cerialdo in cui, la Procura sostiene, siano state perpetrate violenza sul popolo penitenziario.
Il pubblico ministero Mario Pesucci, titolare del fascicolo, nell'udienza del 15 dicembre scorso aveva chiesto la condanna di tutti e quattro gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato: l'ispettore, il medico e due assistenti capo. Per chi ha invece deciso l'iter "classico", il processo è in corso e, nei prossimi mesi, si attende la prima udienza di istruttoria.
L’avvocato Alessandro Ferrero difende l'ispettore penitenziario, che, condannato a 3 anni e 2 mesi di reclusione, era accusato anche di tortura. Coimputato il medico dell'istituto, sospettato di aver "coperto" quella "spedizione punitiva" avvenuta in una notte del giugno 2023 al Padiglione Gesso. Anche per lui il giudice ha comminato una pena, che rimarrà sospesa, di 1 anno e 4 mesi.
A difendere i due assistenti capo, invece, è stata l'avvocata Susanna Battaglia. Nei loro confronti pendeva l’accusa di aver redatto una relazione di servizio falsa per favorire alcuni colleghi. Accuse che il gup Edomdo Pio ha ritenuto fondate, condannando entrambi a 1 anno di reclusione accordando il beneficio della sospensione condizionale.
L'ispettore, assieme ai due agenti, era anche accusato di aver redatto il falso nella relazione di servizio destinata al comandante. Da qui, ne è poi scaturita un'imputazione, sempre nei confrotni dell’ispettore, di calunnia perchè in quella relazione che la Procura ritiene essere falsa, avrebbe scritto che i cinque detenuti avrebbero posto resistenza.
Il giudice ha altresì stabilito l'interdizione dai pubblici uffici per tutta la durata della pena per l'ispettore e i due agenti.
Nel processo si sono costituiti parti civili i detenuti e il garante regionale dei detenuti, in carica all'epoca dei fatti, Bruno Mellano. Per quest’ultimo i legali Roberto Capra e Alberto Gorga avevano chiesto un risarcimento simbolico e una provvisionale da devolvere all carcere del Cerialdo: 5 mila euro per i casi di tortura e 2.500 euro per gli altri reati. Assimee a loro, c'era anhe il garante nazionale delle persone private della libertà personale Felice Maurizio D'Ettore. Richieste, queste, che però il giudice ha respinto.
Destinatari della provvisionale di 10mila euro, invecem saranno i tre detenuti di origine pakistana costiuitisi parte civile che, assieme ad altri due, sono stati ritenuti le vittime delle iolenze avvenute nel carcere di via Roncata tra il 2021 e il 2022. Assieme a loro, ci sono un quarto detenuto.
Come detto, i fatti oggetto dell'abbreviato riguardano una presunta spedizione punitiva avvenuta al Padiglione Gesso tra il 20 e il 21 giugno 2023. Il più grave fra gli episodi, sembrerebbe.
Quel giorno, cinque agenti liberi dal servizio (per loro il procedimento al dibattimento è in corso) si sarebbero introdotti nella cella numero 417 della quarta sezione del Padiglione Gesso. Ad averli chiamati battendo sui blindi per segnalare che il compagno della cella accanto, la numero 416, aveva male a una gamba e per questo necessitava di essere portato in infermeria, erano stati i quattro detenuti della cella stessa. Entrati, dopo aver chiuso la porta e il blindo della 415, sarebbero iniziate le violenze. A questo punto, i quattro detenuti sarebbero stati picchiati dagli agenti anche con calci alla bocca. Ad averglielo ordinato sarebbe stato l’ispettore, arrivato poco dopo. Tutti, poi, sarebbero stati condotti in infermeria venendo trascinati di peso giù per le scale.
Le violenze, però, non si sarebbero fermate qui: i quattro detenuti lungo il tragitto sarebbero stati colpiti con calci al volto e alle tempie, e pugni. Uno di loro avrebbe anche battuto la testa contro un muro. In attesa della visita medica, che poi non si sarebbe svolta, i detenuti avrebbero aspettato in una stanza dove sarebbero stati nuovamente picchiati.
Nel frattempo, il loro compagno della 416 veniva visitato dal medico. In quel momento nell’ambulatorio sarebbe entrato l’ispettore con tre agenti: “Vuoi anche tu qualcosa? – avrebbe detto al detenuto, prima di colpirlo - Così stanotte dormi bene… ti do qualcosa io”. E qui sarebbe stato colpito alla testa da un collega. E, di nuovo, dopo averlo condotto nella stanza assieme agli altri detenuti, le botte sarebbero continuate fino a quando l’ispettore non avrebbe ordinato ai colleghi di smettere.
Tutti e cinque i detenuti pakistani, furono poi collocati in isolamento, sostiene la Procura, “in stanze prive di finestre, materassi per tutti, cuscini, lenzuola e acqua in bagno”.
Dopo aver ordinato di smettere di picchiarli, l’ispettore avrebbe anche detto al medico che nessuno aveva bisogno delle visite. Sarebbe stato proprio il sanitario a coprire le violenze di quella notte. Nel nullaosta (atto obbligatorio a fronte di una visita medica quando un detenuto deve essere collocato in isolamento) avrebbe attestato che i detenuti, oltre ad essere stati visitati, avrebbero potuto sostenere il regime di isolamento, in quanto in condizioni psicofisiche idonee.
Da qui, l'accusa al medico di omissione di referto e il favoreggiamento. Quanto all’ispettore, insieme ai con due assistenti capo, è sospettato anche di aver redatto il falso nella relazione di servizio destinata al comandante. Questi ultimi hanno optato per l’abbreviato. L’ispettore è anche accusato di calunnia perché, in quella relazione che la Procura ritiene essere falsa, avrebbe scritto che i cinque detenuti avrebbero posto resistenza.
"Riteniamo che alla luce degli elementi emersi - commenta l'avvocato Alessandro Ferrero- non sussistessero i presupposti per configurare il reato di tortura. Attendiamo di leggere con attenzione le motivazioni della sentenza per valutare la proposizione di appello. Allo stesso modo, riteniamo che non vi siano elementi idonei a sostenere una responsabilità in capo al medico coinvolto". Ad associarsi, anche l'avvocata Susanna Battaglia che, in attesa di esaminare le motivazioni della sentenza, si riserva di valutare la proposizione dell’impugnazione nei termini di legge. “La difesa attende di conoscere il percorso argomentativo seguito dal giudice al fine di compiere ogni opportuna valutazione in ordine all’eventuale appello - puntualizza la legale -. Con riferimento alla posizione dei miei assistiti, ritengo che non risultino integrati gli elementi costitutivi del reato di falso, mancando i presupposti oggettivi e soggettivi richiesti dalla fattispecie incriminatrice”





