Attualità - 24 febbraio 2026, 20:26

STORIE DI AIDO / Alberto Volpengo 27 anni dopo: il nuovo cuore l’ha salvato

Oggi ha 41 anni e, a 14, ha subito un'operazione grazie alla quale è potuto rimanere in vita

STORIE DI AIDO / Alberto Volpengo 27 anni dopo: il nuovo cuore l’ha salvato

Alberto Volpengo, 41 anni, vive oggi normalmente grazie a un trapianto di cuore ricevuto circa 27 anni fa. A un certo punto della sua vita, a 14 anni, dopo dei controlli all’Ospedale Regina Margherita di Torino, anziché tornare a casa, rimase lì. Da quel giorno iniziò un periodo difficile fatto di esami, attese e speranze. 

Il 7 maggio venne collocato in prima posizione nella lista di attesa di ricevere un “nuovo” cuore, che, però, non veniva trovato. Il 18 giugno andò in coma farmacologico: aveva 10 giorni per ricevere un cuore compatibile. Come tutte le storie, anche questa ha un lieto fine e Alberto è ancora qui con noi e sta bene.

Questa è l’intervista fatta dal nostro giornale per la rubrica “Storie di AIDO”:

Ci racconti brevemente com’era la sua vita prima dell’operazione.

Alberto era un giovane ragazzo, che già a 5 anni sapeva che avrebbe avuto bisogno di un trapianto, a causa di una malattia congenita. Non sapevo quando, ma prima o poi quel momento sarebbe arrivato. Fino ai 14 anni, quando ho subito l’operazione, la mia vita era uguale a quella di qualsiasi ragazzino, tranne per il fatto che io non potessi fare attività agonistica. 

Successivamente, quando ha compreso di aver bisogno del trapianto?

Nel periodo adolescenziale si è palesato il problema con la mancanza di fiato. Ogni sei mesi facevo dei controlli di routine. Ho due cugini con il mio problema, quindi sapevo a cosa stessi andando incontro. Poi a 14 anni non sei troppo cosciente, in realtà, di quello che sta per succedere.

Come ha vissuto dal punto di vista emotivo la necessità di affrontare l’operazione?

Non sono mai stato particolarmente consapevole di ciò, prima che avvenisse. A un ragazzo di 14 anni interessa giocare a pallone, quindi quando mi dicevano che avrei potuto farlo dopo l’operazione ero contento. Dopodiché i miei genitori non mi hanno mai nascosto nulla, ho sempre saputo tutto.

Ha dei ricordi riguardo al momento in cui le hanno comunicato che c’era un cuore disponibile per l’operazione?

Non posso ricordarlo: a 14 anni, quando sono andato a fare i soliti controlli, non sono più uscito dall’ospedale. Da quel momento l’unica possibilità era subire un trapianto. Il problema è stato che non trovavano cuori disponibili. Per ricevere un organo da trapiantare si viene inseriti in una graduatoria: io ero il primo in Italia nella lista d’attesa. Il 18 giugno sono finito in coma farmacologico e i dottori hanno detto ai miei genitori che la ricerca per il cuore sarebbe durata ancora pochi giorni: il margine di sopravvivenza era ormai al limite. Alla fine è andato tutto per il verso giusto.

Dopo l’operazione, in cosa è cambiata maggiormente la sua vita?

Prima dell’operazione la mia salute era in continuo calo: stavo sempre peggio, non potevo fare attività agonistica e mi mancava sempre il fiato. Ho toccato il fondo e sono rinato: il post-operazione è stato difficile, lungo e faticoso. Sono stato dimesso il 14 agosto dall’ospedale. Oggi sto bene.

Qual è il suo rapporto odierno con l’idea di portare dentro di sé il cuore di un’altra persona?

Nutro grande consapevolezza del fatto di avere il cuore di un altro, ma questo non mi disturba. Sono grato alla famiglia del donatore, che non so chi sia, perché la legge tutela l’anonimato. Per me questa condizione è la normalità.

Cosa rappresenta per lei la donazione degli organi e qual è il valore dell’AIDO?

I miei genitori si sono iscritti all'AIDO ancor prima di sposarsi, quindi ben prima di avermi concepito. Io, per ovvie ragioni, non posso donare, ma chi dona salva una vita. Mi capita di sentirmi contrariato quando sento certi discorsi sulle donazioni, però, alla fine, ognuno è libero di decidere cosa fare con i propri organi.

Che messaggio vorrebbe lasciare, soprattutto nei confronti dei giovani e di chi è indeciso sulla donazione degli organi?

Il mio messaggio è che donare salva vite. Penso servirebbe più empatia in queste circostanze. Avendolo vissuto ne sono sicuramente più conscio, mentre magari qualcuno che non l’ha mai provato, direttamente o indirettamente, non può sapere cosa vuol dire. Dopodiché, ringrazio tutti quelli che donano. Per quanto riguarda i più giovani, mia cugina coordina la sensibilizzazione e a Bra viene ritagliato spesso del tempo per parlare di queste esperienze durante le assemblee di istituto nelle scuole.

La storia di Alberto Volpengo è la prova concreta che anche solo una donazione può salvare una vita. Una scelta, quella della donazione degli organi, che può trasformarsi in una nuova possibilità di vita per qualcun altro. 


 

Tommaso Puggioni

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