Attualità - 26 febbraio 2026, 12:14

Roburent ricorda l’eccidio di Miassola

Martedì 17 marzo, alle 10.30, la messa di suffragio per i partigiani uccisi dai nazifascisti nel 1944

Roburent ricorda l’eccidio di Miassola

Si terrà martedì 17 marzo, alle 10.30, la messa di suffragio per i partigiani uccisi dai nazifascisti nel 1944.  

La commemorazione, organizzata dall’associazione “Savin” e la onlus “col. Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo”, ha come obiettivo quello di non dimenticare gli uomini che vennero trucidati a Miassola e ai quali, lo scorso anno, è stato dedicato il Campo della Gloria nel cimitero di Roburent (leggi qui). 

LA VICENDA

L’illustrazione che segue è a cura di Romolo Garavagno

Durante la lotta di Liberazione, Roburent capoluogo non conobbe le stragi di massa che colpirono località simbolo come Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto o La Benedicta. Tuttavia, per una comunità che allora contava meno di 800 abitanti, la morte violenta di otto giovani rappresentò una tragedia profonda e duratura.

Tra le figure più significative di quei giorni vi fu Gregorio Pietraperzia, carabiniere non ancora diciannovenne, originario di Maccagno, in provincia di Varese. In servizio presso la Stazione dell’Arma di Milano Porta Genova, raggiunse la Valle Casotto per unirsi alle formazioni partigiane “Autonome”, portando con sé l’ideale di fedeltà allo Stato e al giuramento prestato.

Assegnato dal comandante Enrico Martini Mauri al capoluogo di Roburent, Pietraperzia ebbe il compito di contribuire all’organizzazione civile del territorio, secondo le indicazioni del Comitato di Liberazione. Come ricordato nel diario dell’allora arciprete don Domenico Ferrero, si distinse per umanità e generosità: si occupò del funzionamento degli uffici comunali e del reperimento di viveri e medicinali per la popolazione più povera.

Nei giorni di marzo 1944 la situazione militare precipitò. Dopo i violenti scontri nella Valle Casotto, di fronte alla schiacciante superiorità delle truppe nazifasciste — dotate di armi pesanti, autoblindo e supporto aereo — fu dato l’ordine di sbandamento. Nella sera del 16 marzo, Pietraperzia radunò un gruppo di partigiani roburentesi e li condusse in un seccatoio di proprietà della famiglia di Andrea Sasso, nascosto in una zona boscosa e priva di vie di accesso.

All’alba del 17 marzo, a seguito di una delazione, un reparto nazista raggiunse il rifugio. Sveglio o destato dai rumori, Pietraperzia si avviò incontro ai militari nel tentativo di salvare i compagni. Fu colpito a morte e il suo corpo venne ritrovato più a valle, come testimoniò Vincenzo Secondo Gusta, reduce di Russia, che aiutò a ricomporre le salme.

Quattro partigiani furono uccisi mentre dormivano. Altri tre riuscirono inizialmente a fuggire, ma, convinti da una giovane donna del luogo a presentarsi al comando tedesco di Pamparato per evitare rappresaglie sulle famiglie, si consegnarono. Il 21 marzo furono fucilati ai piedi del castello di Pamparato, allora sede del comando nazista. In totale, persero la vita Gregorio Pietraperzia, Armando Briatore, Giuseppe Salvatico, Costantino Vallepiano, il sedicenne Desiderio Galleano, Egidio Robaldo, Carlo Sasso e Andrea Sasso.

Nel 2017, su proposta dell’Amministrazione comunale di Roburent, a Gregorio Pietraperzia è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a riconoscimento del sacrificio e dell’alto senso del dovere dimostrato.

[Il monumento che ricorda l'eccidio]

Accanto ai partigiani caduti, la memoria locale ricorda anche Giuseppe Dogliani, sacerdote nato a Carrù nel 1902. Missionario della Consolata, ordinato in Kenya nel 1927, cappellano militare sul fronte russo con il 6° Alpini, dopo l’8 settembre 1943 rientrò in Liguria. Invitato dai partigiani della Valle Casotto a celebrare le festività natalizie, non fece più ritorno. Si dedicò all’assistenza spirituale dei combattenti e dei condannati a morte, fino a essere ucciso in località Carlèt, al confine con Serra Pamparato. La sua morte, avvenuta in quanto sacerdote ritenuto vicino alla Resistenza, è considerata da molti come un possibile caso di martirio “in odium fidei”.

Infine, va ricordato anche Alfero Dapretto, trentaduenne originario di Pola, profugo giunto in Liguria, caduto in uno scontro con i nazifascisti nella zona del Savin.

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