Al Direttore - 05 marzo 2026, 12:19

"Dopo una vita di lavoro e contributi versati, per la Sanità pubblica mio marito è stato un disturbo"

La lettera, piena di amarezza, di una donna rimasta vedova. Racconta la vicenda del marito, deceduto lo scorso mese di gennaio

"Dopo una vita di lavoro e contributi versati, per la Sanità pubblica mio marito è stato un disturbo"

Pubblichiamo la lettera, molto amara, di una donna rimasta vedova a gennaio 2026. 

Quello che emerge è, appunto, l'amara esperienza di una Sanità pubblica per la quale un uomo di 85 anni è un costo. Nonostante abbia lavorato una vita, versato i contributi e non abbia praticamente mai avuto problemi di salute, se non nell'ultima fase di vita. 

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Egregio Direttore

Nel novembre dell’anno 2024 l’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) ha pubblicato un report nel quale l’Azienda Sanitaria Ospedaliera S.Croce e Carle di Cuneo veniva dichiarata “migliore ospedale d’Italia” in base alla valutazione multidimensionale della performance delle Aziende Sanitarie. 

Nel dicembre 2025 l’ospedale SS Annunziata di Savigliano, struttura dell’ASL CN1, ha ottenuto una valutazione eccellente, sempre da parte di Agenas, per aver ottenuto il livello più alto su tutte le aree cliniche esaminate, risultando il migliore degli ospedali piemontesi e uno dei migliori a livello nazionale. 

Pertanto striderà non poco quanto sto per raccontarle, ma purtroppo è un fatto storico accaduto alla mia famiglia e, in particolar modo, a mio marito.

Lui, 85 enne, per quasi tutta la sua vita non ha mai avuto grossi problemi di salute, eccezion fatta di due interventi chirurgici di tunnel carpale eseguiti nel 2024: pertanto posso tranquillamente affermare che la sua salute non ha assolutamente gravato sulle casse del Servizio Sanitario Nazionale (S.S.N.). 

L’unica occasione in cui avrebbe avuto bisogno di cure intensive è stato nel periodo di luglio-settembre 2025 a causa di una dolorosissima ernia inguinale: ad agosto 2025, in una visita chirurgica all’A.S.O. S.Croce e Carle di Cuneo, ci sentiamo rispondere dal chirurgo che “si, c’è un’ernia inguinale che è da operare, ma non è ancora fuoriuscita e, pertanto, i tempi di attesa si aggirano tra i 18 e i 24 mesi per l’intervento di ernio-plastica, salvo andare privatamente a pagamento”. 

Delusi e preoccupati da quanto sentito e soprattutto a causa di un rapido peggioramento delle condizioni di mio marito, decidiamo di tentare un’altra visita medica, questa volta all’ospedale di Mondovì (struttura che, come l’ospedale di Savigliano, è afferente all’ASL CN1): il giorno della visita chirurgica, a metà settembre 2025, mio marito era talmente dolorante da non riuscire a stare in piedi e nemmeno a sedersi o coricarsi sul lettino di visita. 

Nonostante questa evidente forte sofferenza, constatata e verbalizzata nel referto dai chirurghi che lo hanno esaminato, la visita medica si è limitata alla constatazione clinica e alla messa in lista di attesa con un tempo di intervento entro 5-6 mesi, salvo complicazioni quali ernia fuoriuscita o strozzata: anche in questo caso ci è stata proposto l’intervento chirurgico a pagamento in regime di “intra-moenia che si sarebbe svolto entro 15 giorni”. 

Il male che provava mio marito aumentava di giorno in giorno tanto da non riuscire più ad alzarsi dal letto, rimanendo giorno e notte in posizione prona, senza neanche la voglia di alimentarsi: non potendo aspettare tanti mesi in questa situazione, in famiglia prendiamo la decisione di farlo operare privatamente all’ospedale di Mondovì: preventivo 4000 €. 

A operazione eseguita il chirurgo ci dice che l’intervento è andato bene e che l’ernia era proprio grossa e si stava strozzando, ma clinicamente loro non se ne erano accorti in quanto la protrusione addominale, anziché fuoriuscire verso l’esterno, si era “incanalata” nel canale inguinale. 

Ecco spiegato il forte dolore già manifestato durante la visita medica: ma quando si vede un paziente stare male in quel modo non si possono fare ulteriori accertamenti diagnostici per capirne il motivo?

A dicembre 2025 le condizioni di salute di mio marito hanno avuto un nuovo progressivo e rapido peggioramento: nell’immediato periodo post-natalizio avevamo bisogno di prelievi ematici a domicilio, ma a causa delle concomitanti festività/ponti e del fatto che siamo residenti in un paese di una valle alpina (con annessi e connessi problemi), questi sono stati effettuati il giorno 5 gennaio 2026: lo stesso giorno, vista la gravità degli esiti, mio marito è stato ricoverato all’ospedale S.Croce di Cuneo, per essere poi trasferito due giorni dopo al Carle nel reparto di endocrinologia. 

Il giorno 10 gennaio 2026 la TAC rivela un esito infausto per la presenza di un cancro addominale già andato in metastasi al fegato: il medico oncologo, nel darci la notizia sabato 11 gennaio 2026, ci dice “non uscirà più dall’ospedale e non arriverà al prossimo weekend”. 

Come dare la sentenza di morte imminente a un proprio congiunto? L’oncologo prova a comunicare con lui per capire se vuole essere “più informato sulle sue condizioni”, ma mio marito glissa, fa intendere che preferisce non sapere oltre: pertanto decidiamo di fargli vivere il tempo che rimane nel miglior modo possibile, non rivelandogli nulla sulle sue reali condizioni. 

I medici e il personale di reparto dell’endocrinologia e della dietologia hanno fatto un mezzo miracolo con farmaci e alimentazione medica mirata, tanto che mio marito ad un certo punto pareva essere più un paziente in attesa di essere dimesso, piuttosto che una persona in fin di vita: a nome di tutta la mia famiglia desidero ringraziare tutto il personale, dai medici agli O.S.S. del reparto di endocrinologia terzo piano e di dietologia, persone professionali e soprattutto ricche di umanità. 

Ma ecco che il paziente 85 enne, pur avendo un passato di lavoro e di contributi fiscali pagati fino all’età di 65 anni, da risorsa (in quanto contribuente) del S.S.N. diventa un “costo” e un “ingombro”: viste le sue condizioni di malato terminale non può più stare in un ospedale dove si curano le acuzie, quindi ci chiedono di portarlo a casa. 

Ma come si fa ad organizzarsi in una settimana (visto che questa era la prognosi di vita residua dell’oncologo)? 

E poi chiediamo: ci verranno fornite tutte le attrezzatura di cui mio marito ha bisogno (tra cui tre pompe ad infusione vascolare cui è attaccato)? La risposta è no. 

Cercano di convincerci a trasferirlo all’Hospice: ci siamo opposti, non per sfiducia nella struttura di Busca, ma semplicemente perché lui era ancora in una fase in cui era molto lucido e avrebbe capito che non c’era più speranza. 

Piuttosto, come famiglia chiediamo di trasferirlo in un ospedale periferico nel luogo di residenza, ma sorpresa: il CAVS rifiuta il trasferimento del paziente perché è in condizioni troppo critiche (questo ci è stato riferito dei medici). 

In tutto questo trambusto di colloqui, telefonate, accordi tra reparti dell’ospedale di Cuneo, ospedale periferico, MMG e famiglia ci si mette pure un servizio infermieristico dell’ASL CN1 che, al telefono, ha tentato di convincerci a portare mio marito all’Hospice, accennando pure a questioni legate ai “costi” che un ospedale sostiene per un malato incurabile: mi vengono tristemente in mente le drastiche soluzioni scaturite dalla ideologia eugenetica imperversante 100 anni orsono.

Alla fine mio marito è stato ufficialmente dimesso dall’ASO S.Croce e Carle di Cuneo e ricoverato presso il reparto di “cure intermedie” sempre dell’ospedale Carle; praticamente ha cambiato un piano e un corridoio, ma soprattutto ha cambiato personale che, al contrario di quello di endocrinologia, è stato da subito molto più freddo e cinico visto che “non c’è più nulla da curare, è destinato a morire, possiamo solo fare cure palliative”. 

Comunque a fine gennaio mio marito è deceduto togliendo ogni tipo di disturbo.

Infine in occasione del funerale abbiamo avuto anche il dispiacere di confrontarci con la algida burocrazia del comune di Cuneo. 

Essendo residente in un altro comune, inizialmente l’ufficio comunale del capoluogo obietta la necessità di tumulare il feretro di mio marito nella tomba di famiglia al cimitero di S.Rocco Castagneretta, tomba che aveva fatto costruire mia suocera; ma essendo discendente in linea diretta (in quanto figlio) il permesso è stato alfine concesso, seppur con la dovuta calma: infatti, arrivando da un altro paese (dove è stata svolta la funzione religiosa) e non riuscendo per una manciata di minuti ad arrivare entro le ore 12.00 del giorno, abbiamo dovuto aspettare la ripresa del lavoro degli addetti al cimitero dopo la pausa pranzo, alle ore 14.00. Così abbiamo dovuto sospendere il funerale, portare parenti e amici in pizzeria a pranzare e poi riprendere il commiato da mio marito dopo il caffè. Quanta amarezza!

Lettera firmata

Barbara Simonelli

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