Scuole e corsi - 05 marzo 2026, 14:13

Proseguono le conferenze di Unitre Cuneo tra il mito della Dea e il pensiero di Hannah Arendt

Al cinema Monviso lunedì 9 marzo Donatella Signetti esplorerà la figura della Grande Dea, giovedì 12 marzo Pietro Carluzzo rifletterà sulla filosofia arendtiana

Proseguono le conferenze di Unitre Cuneo tra il mito della Dea e il pensiero di Hannah Arendt

Lunedì 9 marzo alle ore 15,30 al cinema Monviso, proseguono le conferenze di Unitre Cuneo, riservate agli associati, con Donatella Signetti, che tratterà l’argomento: “Perché abbiamo bisogno della Dea”.

La Grande Dea è stata la figura divina centrale della prima concezione mitologica del mondo. Archeologia e mitologia ne conservano ancora le tracce, ma a un certo punto culti e narrazioni cambiano contenuto, mettendo al bando la sua memoria.

Le storie che raccontiamo o che occultiamo influenzano il nostro modo di essere e di stare al mondo. Non c’è nulla di meno innocuo di una storia: noi umani da sempre ci influenziamo l’un l’altro grazie alle narrazioni.

La storia della Dea ha bisogno di essere rinarrata, per colmare una mancanza, per dare forma a una nuova mitologia femminile o forse addirittura dell’umano, che passi attraverso il recupero di qualcosa che c’era ed è andato perduto.

Il significato di fondo del mito della Dea, presente come una costante in tutte le sue varianti, è la visione del mondo come unità vivente. La Grande Dea, ovunque la si trovi, testimonia la percezione dell’universo come un tutt’uno vivente e sacro, in cui ogni cosa è tenuta insieme in una rete cosmica, dove tutti gli ordini della vita manifesti o immanifesti sono in relazione, oltre ogni dicotomia. 

Il tema su cui rifletterà Pietro Carluzzo giovedì 12 marzo, sempre ore15,30 al cinema Monviso, sarà: “La mente che sfida il mondo: dentro il pensiero di Arendt”.

La riflessione filosofica di Hannah Arendt si colloca nel punto di tensione tra la mente e il mondo, là dove il pensiero non si limita a interpretare la realtà, ma la sfida criticamente.

Al centro del suo percorso teorico vi è l’idea che il pensare non sia un’attività astratta o autoreferenziale, bensì un esercizio profondamente politico e responsabile, capace di
interrompere l’automatismo dell’agire e di opporsi alla banalizzazione del male.

In opere come "Vita activa" e "La vita della mente", Arendt indaga la facoltà del pensiero come spazio di distanza dal mondo dato, una sospensione che consente al soggetto di giudicare, scegliere e rispondere delle proprie azioni. La mente, in questa prospettiva, non evade il mondo, ma lo interroga: si ritrae momentaneamente dall’azione per renderla possibile in modo autentico.

La celebre analisi della “banalità del male” mostra infatti come l’assenza di pensiero, più che la malvagità consapevole, possa generare forme radicali di distruzione. Pensare diventa allora un atto di resistenza, una pratica etica che sfida le convenzioni, il conformismo e l’obbedienza cieca.

La mente arendtiana è dunque uno spazio inquieto e dialogico, in cui il soggetto si confronta con se stesso e con il mondo, assumendo la responsabilità di abitare la pluralità umana senza rinunciare al giudizio.

diemme

TI RICORDI COSA È SUCCESSO L’ANNO SCORSO A MARZO?
Ascolta il podcast con le notizie da non dimenticare

Ascolta "Un anno di notizie da non dimenticare 2025" su Spreaker.
SU