Prossimi ormai alla scadenza centenaria dell’esecuzione (che sarà nel 2027), Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti cominciano a livello internazionale a diventare argomento di interesse crescente ed oggetto di studi e ricerche che coinvolgono ai diversi livelli enti, associazioni e centri di cultura universitaria, umanistica e giuridica.
Si tratta del caso di mala-giustizia che più di ogni altro, negli ultimi secoli, ha simbolicamente indicato il livello di malvagità e di pregiudizio dell’uomo nei confronti dell’uomo. Ingiustamente accusati di una rapina e di un duplice omicidio che non avevano commesso, Sacco (di origini pugliesi) e Vanzetti (cuneese di Villafalletto), dopo sette anni di rinvii e di battaglie per la loro salvezza, combattute in tutto il mondo da milioni e milioni di persone, sono finiti sulla sedia elettrica, colpevoli soltanto di essere italiani, emigrati, umili, radicali e cittadini del mondo.
Il Massachusetts e gli Stati Uniti (considerati dai due italiani come la culla della democrazia e indicati dai medesimi come seconda patria) hanno voluto, con scelte ottuse e dispotiche, nascondere una realtà a tutti evidente per colpire drammaticamente due individui da considerarsi come esempio e capro espiatorio: la loro fine doveva convincere altri come loro ad umiliarsi drammaticamente di fronte ad un’idea di potere che doveva umiliare e terrorizzare.
La loro figura, nel corso dei prossimi mesi e durante tutto il 2027 verrà studiata e celebrata, non solo da chi ne ha condiviso le idee, ma anche e soprattutto da coloro che credono che la giustizia e la democrazia devono rappresentare un punto inalienabile di arrivo per ogni società. Dagli Stati Uniti all’Italia, dalla Francia al Belgio ed all’Olanda alcune iniziative sono già state annunciate: si metteranno in gioco gli studiosi, ma le celebrazioni riguarderanno anche la musica, il teatro, l’arte, l’editoria e numerose altre espressioni sensibili ai temi sociali legati all’emigrazione.
Si parte già martedì, con una prima iniziativa presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università dell’Aquila, dove la presentazione del fondo archivistico «Norman Thomas Di Giovanni», ordinato e inventariato da Barbara Olivieri, conservato presso il Laboratorio di documenti d’archivio e librari del Dipartimento, sarà l’occasione per ricostruire la vicenda dei due sfortunati italiani inquadrandola nel più vasto contesto della storia del Novecento.
Si parlerà di Norman Di Giovanni, studioso del caso Sacco e Vanzetti ma anche poeta, scrittore, traduttore e factotum del narratore argentino Jorge Luis Borges. Insieme a lui si ricorderà anche Robert D’Attilio, morto quattro anni fa (il suo archivio, quasi settanta scatoloni di materiale, è stato consegnato nelle scorse settimane alla Boston Public Library), abruzzese emigrato come Di Giovanni, entrambi vicini di casa nella loro esistenza americana e residenti a Medford, nel Massachusetts. Tanto l’uno quanto l’altro hanno per lunghi tempi, negli anni Sessanta e Settanta, frequentato la provincia di Cuneo, buoni ospiti in casa di Vincenzina Vanzetti, nelle sue residenze di via Bassignana, prima, e via Castellani, poi, nel capoluogo di provincia.
Su D’Attilio e Di Giovanni relazionerà Luigi Botta, la cui conoscenza del caso di Nick e Bart, pur muovendosi da un contesto squisitamente provinciale, è ormai consolidata in tutto il mondo. Botta si sta al momento occupando, per conto del nipote di Bartolomeo, Giovanni Vanzetti, del rientro dell’urna contenente la metà delle ceneri di Tumlin, che ormai da poco meno di un secolo attende negli Stati Uniti (è conservata presso la Library di Boston) di essere ricongiunta cal la metà depositata nella tomba di famiglia presso il camposanto di Villafalletto.





