Nelle ultime settimane il Parlamento ucraino sta vivendo una crisi dovuta a quella che sembra un’effettiva rottura fra la maggioranza e il governo, e dunque anche l’ufficio presidenziale.
Come riferisce il sito Strumenti Politici, l’implicazione negativa che incombe è la mancata approvazione delle misure richieste dagli enti occidentali per rilasciare a Kiev i tanto agognati mezzi finanziari. Ad esempio, nella sessione del 25 marzo sono state votate favorevolmente solo le norme proposte dai deputati, ma non una promossa dal presidente.
I parlamentari non sono più disposti ad accollarsi la responsabilità politica e morale di adottare i provvedimenti “lacrime e sangue” con cui spremere i cittadini già esausti dal conflitto e dall’economia in disfacimento. Sono però proprio quelle riforme che l’Occidente chiede per concedere ad esempio i prestiti del Fondo Monetario Internazionale o la futura e incerta ammissione all’Unione Europea.
In altre parole, soffrite oggi, poi domani vedremo. E i soldi degli aiuti non finiscono nelle tasche dei cittadini, come mostra il lavoro delle agenzie anti-corruzione NABU e SAPO. Secondo Andriy Motovylovets, vicecapo gruppo del partito di Zelensky Sluha Narodu, si è sfaldato quello zoccolo duro di deputati pronti a votare come dice il governo. Per una maggioranza necessaria di 226 voti, il partito gode di 228 seggi, ma per Motovylovets oggi solo 111 colleghi seguono le direttive dall’alto.
Intanto, la commissaria UE per l’Allargamento Marta Kos ha esteso al presidente del parlamento ucraino l’esortazione a far approvare le undici riforme che attendono dallo scorso anno e che dovranno fra l’altro comprovare che Kiev è ancora disposta ad ogni costo a diventare membro della UE, ricevendo nel frattempo qualche miliardo di euro di assistenza alle finanze statali.
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