È dal suo esposto, presentato nel 2018 dopo aver lasciato il lavoro, che ha preso avvio l’indagine oggi al centro del processo sulla cooperativa “Per Mano”, struttura che accoglieva persone affette da disturbi dello spettro autistico e patologie psichiatriche, anche con situazioni complesse e difficoltà gestionali.
Sono dodici gli imputati, tra infermieri, educatori, psicologi e operatori socio-sanitari, accusati di maltrattamenti, oltre ai vertici della struttura, la direttrice e la coordinatrice, chiamate a rispondere anche di condotte omissive. Secondo la Procura, tra il 2014 e il 2019, all’interno della cooperativa si sarebbe radicato un sistema fatto di umiliazioni, violenze e gestione irregolare delle terapie.
Davanti al collegio del Tribunale di Cuneo, l’educatrice ha ripercorso i mesi trascorsi nella struttura nel 2017, parlando di un contesto “non stabile né equilibrato”, dove “nulla era gestito in modo stabile” e in cui, ha detto, “ti facevano credere che quello che vedevi non fosse vero”.
Fin dal colloquio, ha riferito, le era stato spiegato dalla direttrice che la struttura accoglieva pazienti “rifiutati da altre strutture, talvolta per difficoltà gestionali".
Uno dei punti centrali su cui si è concentrata la deposizione ha riguardato le tecniche di contenimento dei pazienti: “Ci avevano insegnato a coricare a terra gli utenti, metterci a cavalcioni e fare pressione sulla cassa toracica” ha riferito. Una pratica che, secondo il suo racconto, sarebbe stato giustificata sostenendo che “questi ragazzi non hanno la percezione delle grandezze” e che quindi fosse necessario “fargli vedere chi comanda”.
Manovre utilizzate nei momenti di agitazione, “quando urlavano o davano fastidio”. “Molte volte ho espresso dubbi, ma venivo sminuita”, ha aggiunto.
Dal suo racconto sarebbe emersa una gestione interna definita caotica: turni variabili, gruppi affidati anche a un solo operatore, assenza, secondo quanto riferito, del rapporto uno a uno. “Ti organizzavano gli orari anche in base a quanto stavi simpatico” e “i piani educativi individualizzati non li ho mai potuti leggere per intero”.
Le visite dei familiari degli ospiti, ha spiegato, “non erano frequenti”, anche perché molti ospiti provenivano da fuori provincia o avevano famiglie in difficoltà.
Ampio spazio, poi, è stato dedicato alla “relax room”, una stanza azzurra che sarebbe stata pensata per gestire le crisi degli ospiti e in cui non avrebbero potuto fare e farsi del male.
Il tempo di permanenze prevista dal protocollo doveva essere di circa dieci minuti. Stando a quanto spiegato, però, in realtà quella stanza sarebbe stata utilizzata per “parcheggiare” i ragazzi “fastidiosi”. “Venivano lasciati lì anche per molto tempo”, ha detto.
La permanenza poteva arrivare anche per l’intera durata del turno: “Capitava che, invece di far fare l’attività prevista, venissero lasciati lì dalla mattina fino alla fine”. Il controllo avveniva tramite telecamere visionate dal cellulare, ma “dovevano restare poco, in realtà succedeva il contrario”.
Secondo la testimone, la decisione sarebbe stata spesso rimessa alla discrezionalità dell’operatore: “Se i ragazzi davano fastidio, venivano portati lì”. Ha riferito episodi di ferite e situazioni degradanti: “Chi defecava veniva deriso, invitato a nutrirsi delle feci”.
A colpirla, ha raccontato, era anche quanto sarebbe avvenuto tra gli operatori: “C’era una chat, ‘Il puttano’, con innumerevoli foto e video”, immagini di ospiti “maltrattati e derisi”, accompagnate da commenti.
Ha ricordato anche il caso di una ospite, con patologie autolesioniste, che presentava lividi e segni sul corpo: “Ho visto foto con ematomi, graffi e l’impronta di una scarpa”. Secondo quanto riferito, a colpirla sarebbe stato un operatore socio-sanitario, e la ragazza sarebbe stata poi spostata in casa famiglia “per evitare che i genitori vedessero quei segni”.
Tra gli episodi raccontati, anche quello di una operatrice che avrebbe immobilizzato un paziente, affetto da impulsi sessuali, “scaraventandolo a terra e mettendosi a cavalcioni”, arrivando, sempre secondo la testimone, a esercitare pressione con le ginocchia sui genitali.
Nel suo racconto ricorrono anche pratiche definite punitive. “Si sfruttavano le paure dei ragazzi”, ha spiegato: una giovane “che aveva paura dei temporali veniva messa fuori, forse per divertimento dell’operatore”, mentre un altro ospite, “non aggressivo ma considerato ‘fastidioso’”, veniva isolato sotto un tavolo, “e si terrorizzava”.
Ha parlato anche di una ragazza incontinente lasciata “per ore con gli indumenti sporchi”, e di docce fredde usate come punizione da parte di un’infermiera, pur precisando di non avervi assistito direttamente.
Particolarmente significativo il racconto relativo a un’ospite che, dopo aver danneggiato più letti, sarebbe stata “lasciata dormire per circa un mese per terra”. Solo successivamente, ha affermato, sarebbe stato aggiunto “un materasso sottilissimo”.
“La direttrice mi aveva detto che non si poteva comprare il letto finché i genitori non pagavano e che nel frattempo avrebbe imparato”, ha riferito. Sul punto, nel controesame, la difesa della direttrice e della coordinatrie, l'avv. Paolo Verra, ha osservato che per quella paziente sarebbe stato ordinato un letto rinforzato adeguato alle sue esigenze e che i tempi di attesa erano legati alla consegna.
Altro nodo riguarda l’alimentazione: “Non c’erano menù idonei ai pazienti, non venivano rispettate malattie, intolleranze e allergie”. I pasti, ha detto, erano “improvvisati”, perché “anche i cuochi avevano difficoltà a reperire il cibo”. In alcuni casi, ha aggiunto, “veniva usato cibo scaduto o portato da casa dai cuochi”.
Ha inoltre riferito che pacchi e alimenti portati dai familiari “non sempre arrivavano ai destinatari o alla cucina” e “venivano divisi tra operatori”.
Nel corso della deposizione l'educatrice ha anche riferito sulla gestione della documentazione: “Compilavo il libro consegne e il libro traumi in modo dettagliato”. Tuttavia, come spiegato, sarebbe stata richiamata per questo, nonostante una richiesta di precisione: “La direttrice diceva che scrivevo troppo”.
Sulla gestione sanitaria, ha dichiarato: “La terapia al bisogno veniva richiesta anche in chat”, talvolta anche da personale non medico. “Ho visto pochissime volte uno psichiatra” e “le terapie venivano modificate anche via mail”.
Nel controesame, la difesa ha evidenziato diversi aspetti. Alla domanda se i pazienti fossero talvolta violenti, la testimone ha risposto: “Sì”. E anche nei confronti degli operatori: “Poteva capitare. È così che ho avuto l’infortunio”. Ha spiegato di essere stata aggredita durante un’attività, riportando conseguenze fisiche che ancora oggi lamenta, aggiungendo che episodi simili “capitavano meno con operatori più esperti o uomini”.
La testimone ha inoltre ammesso che “può essere” le sia capitato di chiedere la terapia al bisogno e di aver applicato indicazioni ricevute: “Ho fatto quello che mi veniva detto, ma mi sono posta domande”.
Ha confermato infine un contenzioso civile con la cooperativa per l’infortunio subito, oggi in fase di appello.
Il processo proseguirà il 21 maggio con l’escussione di altri testimoni.





