Chirurgia dell'Anima - 23 maggio 2026, 09:00

Dilaga sempre di più il disagio giovanile con il proprio corpo e aumenta il rischio di crescere sentendosi sempre “da correggere”

Dilaga sempre di più il disagio giovanile con il proprio corpo e aumenta il rischio di crescere sentendosi sempre “da correggere”

C’è una domanda che, come chirurgo plastico, mi accompagna sempre più spesso: che rapporto stanno costruendo i giovani con il proprio corpo? È una questione che non riguarda soltanto l’estetica, e nemmeno soltanto la medicina. Riguarda l’identità, l’autostima, il modo in cui si cresce e si impara ad abitare se stessi.

Viviamo in un’epoca in cui l’immagine ha assunto un peso enorme. I ragazzi e le ragazze sono esposti ogni giorno a una quantità impressionante di volti, corpi, modelli di bellezza e rappresentazioni filtrate della realtà. Non si tratta semplicemente di “guardare fotografie”: si tratta di confrontarsi continuamente con corpi selezionati, modificati, ritoccati, illuminati, inquadrati, spesso costruiti per apparire privi di difetti. Il rischio è che, lentamente, ciò che è artificiale venga percepito come normale e ciò che è normale venga invece vissuto come insufficiente.

In ambulatorio questo cambiamento si percepisce. Sempre più giovani arrivano con richieste che, a prima vista, possono sembrare esclusivamente estetiche, ma che in realtà raccontano altro: il timore di non essere abbastanza belli, abbastanza armonici, abbastanza simili a un’immagine idealizzata di sé. A volte si chiede di correggere un dettaglio reale; altre volte si desidera cancellare una caratteristica che non rappresenta affatto un difetto, ma che è stata interiorizzata come tale dopo anni di confronto con modelli irraggiungibili.

È importante dirlo con chiarezza: la chirurgia estetica non deve mai diventare la risposta automatica a un disagio identitario. Può essere strumento prezioso, quando serve a restituire equilibrio, benessere, armonia, soprattutto nei casi in cui un particolare fisico generi una sofferenza concreta e persistente. Ma non può essere trasformata in una scorciatoia per inseguire un’immagine standardizzata, né tantomeno una promessa di felicità.

Come chirurgo, credo che oggi la responsabilità della nostra professione sia anche culturale. Dobbiamo saper ascoltare, distinguere, talvolta accompagnare, a volte fermare. Dire “no” a un trattamento non è una rinuncia alla cura: può essere, al contrario, un atto profondamente medico. Vuol dire proteggere il paziente da un intervento che non risolverebbe il problema reale. Significa ricordare che la chirurgia plastica ha senso quando aiuta la persona a ritrovarsi, non quando la allontana da sé.

E’ anche da queste problematiche che nasce l’incontro “Filosofia della bellezza: educare per generare valore e consapevolezza”, in programma martedì 19 maggio, dalle 10 alle 13, presso la Provincia di Cuneo, Centro Incontri, Sala Luigi Einaudi. Sarà un’occasione per riflettere sul rapporto tra bellezza, identità, corpo e cura, mettendo in dialogo medicina, psicologia, arte e pensiero con ospiti illustri e preparati. Un confronto che considero particolarmente necessario oggi, perché parlare di bellezza non significa parlare di superficialità: significa discutere di persone, di fragilità, di libertà e, soprattutto, di responsabilità.

CHI AVESSE PIACERE DI RICEVERE UNA COPIA DEL LIBRO “CHIRURGIA DELLANIMA: OLTRE LA FORMA VERSO LESSENZA” PUO’ PRENOTARE UN INCONTRO CON IL DOTTORE IN UNO DEI SUOI STUDI INVIANDO UN WHATSAPP AL NUMERO 333.352.81.25


 

Luca Spaziante 

Chirurgo Plastico

Dirigente Medico SCU Chirurgia Plastica Ricostruttiva - AOU Città della Salute e della Scienza, Coordinatore degli ambulatori di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica - GVM Clinica Santa Caterina, Torino, Direttore Scientifico - Art Beauty Clinic, Membro del Comitato Tecnico Scientifico - ACTO Italia e ACTO Piemonte.

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