"Racconigi è fermo non perché manchi il lavoro. E’ fermo perché si è scelto di fare pagare ai siti più piccoli il prezzo della crisi". Così Domenico Calabrese, componente della segreteria provinciale Fiom Cgil, torna sulla sempre più difficile situazione del tubificio cuneese, la cenerentola tra i diversi impianti che in giro per l’Italia stanno scontando l’annosa situazione di stallo vissuta dall’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia.
SOLUZIONE NAZIONALE?
Nelle ultime ore quello che un tempo era un colosso della siderurgia mondiale, il principale player del settore a livello europeo, è risalito agli onori delle cronache per le rinnovate voci sulla possibilità di un suo riassetto sotto l’egida di una proprietà italiana.
Ad auspicare una soluzione "nazionale" nei giorni scorsi è tornato il presidente di Federmeccanica Simone Bettini: "Auspicherei che l’ex Ilva rimanesse di proprietà dello Stato, perché se lo Stato ha l’energia, se lo Stato ha il gas, perché non deve avere l’acciaio?", ha sostenuto illustrando i dati di un sondaggio per il quale "l’83,6% degli italiani vuole il rilancio di Taranto".
In questa direzione andrebbe la proposta informale che – riferiscono fonti di stampa – nelle ultime ore sarebbe stata presentata ai commissari dal colosso dell’energia Eni col gruppo cremonese Arvedi. "L’importante è che rimanga italiana da una parte e dall’altra amministrata e gestita con tempi e tecniche industriali e non con i tempi dilatori della politica", ha commentato Bettini.
ALTRI 100 MILIONI
Nel frattempo lo scorso 22 maggio il Ministero delle Imprese e del Made in Italy è stato autorizzato dal Consiglio dei Ministri a erogare un ulteriore finanziamento oneroso fino a 100 milioni di euro in favore di Acciaierie d'Italia Spa in amministrazione straordinaria, "per preservare la funzionalità degli impianti siderurgici nell'ambito della procedura di cessione in corso", si è appreso con una nota di Palazzo Chigi.
In questo quadro l’acciaieria di Taranto ha ridotto la produzione tenendo in funzione due soli altoforni a partire da un "ciclo corto" che ha di fatto fermato la parte della rifinitura e con quella il lavoro di Racconigi.
NEI REPARTI CRESCONO LE PIANTE
"L’ottantina di lavoratori ancora in organico nel sito cuneese è in cassa integrazione dallo scorso 25 ottobre – spiega Domenico Calabrese –. Lo stabilimento è fermo, viene fatta qualche timida ora di un corso di formazione che certamente non sostituisce il lavoro e che è pure passata da remoto in presenza, di recente, diventando un aggravio di costi per i dipendenti. E secondo quanto emerso dall’ultimo incontro tenuto tra le segreterie nazionali Fiom, Fim e Uilm, oltre al fatto che mancano una visione e un piano di rilancio, sarebbero venuti meno anche i soldi per i corsi di formazione. Nel frattempo all’interno dei reparti crescono le piante e in sei mesi si sono verificati già due furti…".
"In un’azienda per sostenere la quale si sono spesi 3,5 miliardi di euro di fondi pubblici sembra incredibile che non si riesca a dare lavoro a 80 capofamiglia, questo diciamo al governo e al ministro Urso", aggiunge Calabrese, che intanto si appella alla Regione Piemonte.
TAVOLO IN REGIONE
"Il presidente Cirio si è detto disponibile a dare una mano, noi abbiamo chiesto la fissazione di un tavolo, che dovrebbe riunirsi dopo il 15 giugno. Da Torino ci aspettiamo risposte concrete. Nell’incontro che facemmo nei mesi scorsi avevamo chiesto la possibilità di stanziare risorse ad hoc: la Regione Piemonte aveva risposto che non avrebbe saputo come, ma è sufficiente vedere quello che avviene in Puglia, dove la Regione ha stanziato sul fronte della formazione 20 milioni di euro utili anche a portare un poco di ossigeno nelle tasche dei lavoratori".
"Nel frattempo – conclude Domenico Calabrese – speriamo che il Governo centrale intervenga perché davvero non ha senso che, su 12mila addetti, si debba tenere chiuso lo stabilimento di Racconigi, tra tutti il più ricercato dai possibili investitori".





