Uno spazio di 50 metri quadrati trasformato in un giardino terapeutico con oltre 200 piantine appartenenti a 22 specie diverse. È il progetto ‘Terrazzo in Fiore’, realizzato dall'associazione “Il Fiore della Vita” all'esterno del reparto di oncoematologia pediatrica dell'ospedale di Savigliano, diretto dalla dottoressa Maria Eleonora Basso.
Un’area nata per offrire ai piccoli pazienti e alle loro famiglie un luogo di benessere, incontro e contatto con la natura, che oggi rappresenta una delle esperienze più significative sviluppate dall'associazione all'interno della struttura sanitaria.
Proprio da questa esperienza si è tenuta, sabato 6 giugno, una giornata formativa dedicata a insegnanti, educatori, volontari e operatori sanitari, con la partecipazione di Federica Buglioni, tra le più note divulgatrici italiane sui temi dell'educazione alla natura.
L'incontro, a cui hanno anche partecipato Gianfranco Capello presidente de ‘Il Fiore delle Vita’, il vice Stefano Quaglia e Romina Panero coordinatrice attività dell’associazione, ha rappresentato un'occasione per riflettere sul valore della natura nei percorsi di cura, apprendimento e relazione.
Abbiamo intervistato Federica Buglioni autrice di libri sul cibo e sulla natura. Per bambini, genitori, educatori.
Il Terrazzo in Fiore si trova accanto al reparto di oncoematologia pediatrica. Quanto può essere importante, per un bambino che affronta un percorso di cura, avere la possibilità di uscire dalla stanza e ritrovare un contatto con la natura?
“Mi vengono in mente moltissimi motivi. Innanzitutto tutti i bambini, sani o malati che siano, hanno bisogno del fuori, di non stare sempre chiusi in una stanza. Se questo è importante per chi sta bene, lo è ancora di più per chi sta affrontando una malattia. Poi c'è il valore della bellezza: questo spazio è accogliente, curato, pieno di piante e con una vista che spazia lontano. Sono elementi che fanno bene ai bambini ma anche ai loro genitori. Un bambino legge le emozioni negli occhi degli adulti che lo accompagnano e trovare un luogo sereno aiuta tutti ad affrontare meglio il percorso di cura. Inoltre il terrazzo è anche uno spazio educativo: qui si possono osservare, scoprire e imparare cose nuove. Un bambino che continua a scoprire il mondo è un bambino che continua a sentirsi bambino”.
Ha visitato altre realtà simili. Che cosa rende speciale l'esperienza sviluppata dal ‘Fiore della Vita’ a Savigliano?
“Mi è capitato di vedere altri spazi dedicati all'infanzia all'interno degli ospedali. Spesso però ci si ferma all'intervento estetico: si realizzano ambienti belli che con il tempo rischiano di perdere significato. Qui invece vedo qualcosa di diverso. C'è un progetto educativo, c'è una visione, c'è la volontà di dare continuità a questo luogo attraverso attività, laboratori e percorsi di crescita. Non è semplicemente un terrazzo abbellito, ma uno spazio che vive ogni giorno grazie all'impegno dell'associazione, degli insegnanti e degli operatori”.
Quanto conta la continuità in un progetto come questo?
“Conta moltissimo. La vera sfida non è creare uno spazio bello, ma mantenerlo vivo nel tempo. Quello che colpisce qui è proprio la presenza di una rete che continua a investire energie, idee e competenze. È questo che trasforma un luogo fisico in un'opportunità educativa e relazionale”.
I benefici riguardano soltanto i bambini?
“Assolutamente no. Un luogo come questo rappresenta un sollievo anche per i genitori e per il personale sanitario. Chi lavora in un reparto oncologico pediatrico affronta ogni giorno situazioni emotivamente molto impegnative. Avere uno spazio verde, accogliente e condiviso può offrire un momento di pausa e di respiro. Anche per gli operatori il contatto con la natura può diventare una risorsa importante”.
Il Terrazzo in Fiore può diventare un modello replicabile?
“Credo di sì. Viene chiamato terrazzo, ma in fondo si tratta di uno spazio relativamente piccolo. Questo dimostra che non servono necessariamente grandi superfici o investimenti enormi per creare luoghi significativi. Spesso si pensa che senza fondi sia impossibile fare certi progetti. Le risorse sono importanti, naturalmente, ma contano anche la volontà, la capacità di fare rete e la convinzione che investire sui bambini sia una priorità. Quando le persone si mettono insieme e condividono un obiettivo, molte cose diventano possibili”.
Lei ha sempre lavorato sul rapporto tra natura e alimentazione. Che ruolo ha il cibo in questa relazione?
“Spesso si pensa al cibo solo come nutrimento o come motivo di preoccupazione per i genitori. In realtà il cibo è il nostro rapporto quotidiano con la natura. Quando mangiamo un piatto di riso stiamo mangiando semi, quando mangiamo un'insalata stiamo mangiando foglie. Il cibo è il primo ponte che ogni giorno ci collega al mondo naturale. Aiutare i bambini a comprenderlo significa aiutarli a sentirsi parte della natura e non separati da essa”.
Qual è il messaggio che desidera lasciare agli insegnanti, agli educatori e agli operatori presenti a questa giornata di formazione?
“Vorrei che si sentissero ancora più connessi con il mondo naturale. I bambini imparano molto più da quello che siamo che da quello che diciamo. Se gli adulti che li accompagnano vivono con gioia e curiosità il rapporto con la natura, questa attitudine arriverà ai bambini in modo spontaneo. Il mio obiettivo è proprio questo: contribuire a far innamorare un po' di più le persone del mondo naturale”.
Se dovesse riassumere in una frase il significato di questa esperienza?
“Direi che la natura non è un semplice sfondo, ma una presenza che ci accompagna e ci sostiene. In un luogo di cura può diventare uno strumento di benessere, relazione e speranza per bambini, famiglie e operatori”.








