Continuano gli interventi sul video virale dell'intervento delle forze dell'ordine in corso Giolitti a Cuneo, tra chi sostiene l'uso del taser e chi invece come la cuneese consigliera regionale Avs Giulia Marro non è favorevole.
Sulla questione Marro ha preferito attendere qualche ora prima di commentare, come spiega nella nota: “Non l’ho fatto non perché mi mancassero le parole, ma perché so che ogni volta che una vicenda del genere finisce sulle pagine dei giornali o sui social il rischio è sempre lo stesso: accendere ancora una volta i riflettori su un isolato che viene raccontato quasi esclusivamente attraverso il degrado, la paura e l'emergenza.
Però quel pomeriggio ero lì e non posso accettare che tutta la vicenda si risolva come al solito in un mare di commenti orribili e opinioni evidentemente parziali”.
Una voce in controtendenza, la sua, che ribadisce la posizione di rigetto alla dotazione delle pistole elettriche ai corpi di polizia: “Non cambia la mia posizione sull’uso dei taser. Non cambia oggi e non è mai cambiata. Fin dal primo giorno ho e abbiamo in tanti e tante contestato la scelta di dotare le polizie locali di questo strumento. Lo abbiamo detto chiaramente anche nei mesi scorsi: Amnesty International continua a segnalare i rischi legati all'uso delle armi a impulsi elettrici, che possono provocare lesioni gravi e in alcuni casi conseguenze fatali. Resta uno strumento pericoloso e la sua diffusione non rappresenta la risposta ai problemi sociali che attraversano i nostri territori”.
Dunque l'attenzione si sposta al disagio sociale, che va oltre l'area in questione.
“La realtà di questa situazione non si limita a quello che è stato filmato. Le persone che sono coinvolte in episodi come questi non compaiono dal nulla. Sono persone che abitano la città, che vivono nel disagio e che sono sempre più abbandonate e marginalizzate.
E poi si è arrivati a quel pomeriggio. Le persone coinvolte nella discussione erano già visibilmente ubriache alle quattro del pomeriggio. I toni erano già alti. Si litigava già. Quando sono tornata, due ore dopo, la situazione era ulteriormente degenerata. La donna che poi ho scoperto essere stata colpita dal taser era ancora lì, allo stesso tavolo, con altro alcol davanti. Con lei c'erano altre persone in evidente stato di alterazione e persino un bambino di circa dieci anni seduto in mezzo a quella situazione.
Ma come è possibile che l'unica risposta arrivi quando tutto è ormai esploso?
Possibile che non esistano strumenti intermedi, sociali, educativi, sanitari e amministrativi capaci di prevenire l'escalation?
Possibile che si aspetti sempre che accada qualcosa di grosso prima di intervenire?”
Ed ecco la riflessione a cui giunge Giulia Marro
“Il quartiere non è quel video – evidenzia nella nota -.
Chi lo frequenta lo sa. Con la bella stagione tornano dinamiche che conosciamo da anni. Tornano le stesse fragilità, le stesse dipendenze, gli stessi conflitti. E tornano anche le stesse persone lasciate troppo spesso sole.
Quel pomeriggio ho visto anche altro. Ho visto i carabinieri che compaiono nel video e ho parlato con loro. Mi hanno detto di essere già intervenuti in precedenza. Li ho visti dialogare con calma. Li ho visti preoccuparsi del ragazzo che stava subendo insulti e minacce. Non ho visto aggressività. Non ho visto provocazioni.
Per questo non intendo trasformare questa vicenda in una caricatura dove da una parte ci sono i buoni e dall'altra i cattivi.
Resto convinta che l'uso del taser sia stato un errore. Ma resto altrettanto convinta che sarebbe un errore raccontare questa storia come se tutto iniziasse e finisse in quei pochi secondi di video”.
Ma l'allarme sociale secondo la Marro “esiste ed è una responsabilità politica più grande.
Esiste il progressivo smantellamento dei servizi sociali, educativi, sanitari e di prossimità. Esiste l'assenza di operatori, mediatori, educatori e presidi territoriali. Esiste una solitudine crescente lasciata in gestione ai comuni, che spesso vengono abbandonati ad affrontare problemi enormi con strumenti insufficienti.
Ed esiste una responsabilità collettiva. Nel sostenere politiche che riducono la marginalizzazione, nel diffondere una cultura della complessità e della convivenza.
Se continuiamo a guardare solo il momento finale, continueremo a perderci tutto ciò che lo ha prodotto”.
L'approccio ad affrontare le fragilità e criticità emerse dalla lettura della Marro potrebbe cambiare partendo dalla stessa comunità. Un'azione, quella suggerita, che troverebbe risposta nella prevenzione più che nell'effimera rimozione di un problema.
“Nei commenti a quel video ho letto parole che fanno paura. Ho letto odio. Ho letto disprezzo verso persone considerate scarti. Ho letto la convinzione che certi esseri umani siano semplicemente un problema da rimuovere.
È la stessa logica che permette di non vedere i lavoratori sfruttati. È la stessa logica che considera alcune persone cittadini di serie B. È la stessa logica che ci porta a pensare che gli emarginati non debbano essere aiutati, ma semplicemente allontanati dal nostro sguardo.
Noi non ci stiamo.
Noi vogliamo – conclude Marro nella nota - meno violenza e più prevenzione. Meno emergenze e più servizi. Meno scorciatoie e più responsabilità collettiva. Perché sappiamo che il risultato dell'abbandono sono sempre gli stessi: ferite, sofferenza, carcere, vittime, altra marginalità”.





