Attualità - 12 giugno 2026, 18:57

Inceneritore in località Foresto di Cavallermaggiore, cresce la preoccupazione: “A rischio salute, agricoltura e biodiversità”

Domenico Robasto, presidente del Comitato “No Inceneritore di Cavallermaggiore”, illustra le criticità del progetto di co-incenerimento previsto nella frazione del paese e lancia l'allarme sui possibili effetti per l'ambiente, le produzioni agricole e i siti naturalistici del territorio

 Riceviamo e pubblichiamo

A Cavallermaggiore, in frazione Foresto, è in progetto la costruzione di un impianto classificato come co-inceneritore, destinato alla combustione di materiale legnoso non più recuperabile come materia prima proveniente da tutte le regioni italiane. Nel caso specifico, si tratta di pali esausti delle infrastrutture di telecomunicazione, che verrebbero decorticati e inviati all’inceneritore in quanto non riciclabili, a causa dell’elevata concentrazione di composti chimici che preservano il legno dai danni prodotti dall’umidità e dagli attacchi di insetti e funghi.

Gli impregnanti presenti nelle parti esterne dei pali, catalogate come rifiuti speciali pericolosi, sono il creosoto, il pentaclorofenolo, il carbolineum (impregnante bituminoso protettivo ottenuto dalla distillazione del catrame di carbone) e l’arseniato di rame cromato. La combustione dei pali ad alta temperatura innesca reazioni chimiche che producono particolato, tra cui polveri sottili (PM10 e PM2.5), idrocarburi policiclici aromatici (IPA) — come antracene, naftalene e benzo[a]pirene —, benzene, toluene, xilene, metalli pesanti (arsenico e cromo esavalente), diossine, furani clorurati, cloroformio e clorofenolo.

Si tratta di composti la cui pericolosità per la salute umana e per l’ambiente è documentata: le polveri sottili sono associate a patologie respiratorie e cardiovascolari; gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici) hanno proprietà altamente cancerogene; le diossine e i furani (prodotti soprattutto dalla combustione del pentaclorofenolo) tendono ad accumularsi nella catena alimentare e nei tessuti degli organismi viventi.

In particolare, la diossina TCDD (2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina) è considerata una delle sostanze più tossiche mai studiate: classificata come cancerogena per l’uomo, altera il sistema ormonale, danneggia il sistema immunitario, il fegato, il sistema nervoso e la tiroide; causa malattie della cute come la cloracne (con lesioni persistenti e difficili da curare); riduce la fertilità e agisce legandosi al cosiddetto recettore AhR, alterando l’espressione di molti geni. Interferisce negativamente nella fase di sviluppo del feto e nella crescita dei bambini, che possono nascere sottopeso.

Gli impianti, anche se tecnologicamente avanzati (BAT – Best Available Technology), non azzerano le emissioni contaminanti. Il monitoraggio dell’ARPA finalizzato al rispetto dei parametri di legge (con sanzioni penali in caso di sforamenti), non fornisce sufficienti garanzie per la salute dei cittadini. Le sostanze emesse sono liposolubili, bioaccumulabili e si concentrano progressivamente passando da uno stadio trofico all’altro anche con esposizioni ridotte, ma prolungate.

L’avvio dell’impianto, lo spegnimento e possibili malfunzionamenti possono rilasciare in atmosfera concentrazioni maggiori di inquinanti. Un eventuale incendio determinerebbe danni ambientali notevoli, con impatti irreversibili. Si sottolinea che già oggi l’aria di Cavallermaggiore è compromessa, anche per la scarsa circolazione dei venti, che non garantisce un adeguato ricambio dell’aria.

I composti citati potrebbero contaminare le falde freatiche, il suolo e l’aria e, conseguentemente, le coltivazioni agrarie e gli allevamenti presenti in gran numero in questa area, con danni all’intera filiera agroalimentare. Sarebbero a rischio i prodotti d’eccellenza del territorio, quali il porro di Cervere, i vini del Roero e della Bassa Langa (Arneis, Favorita, Barolo), il peperone di Carmagnola, la carne della Razza Bovina Piemontese e il miele del Roero.

Sono prevedibili, in caso di realizzazione dell’impianto, danni economici rilevanti, che si tradurrebbero nella svalutazione del prezzo di mercato dei terreni agricoli e dei fabbricati. Il contesto economico potrebbe cambiare e i danni arrecati all’agricoltura potrebbero influenzare negativamente altri comparti produttivi, con il rischio di creare aree economicamente depresse e destinate a un possibile spopolamento.

Non è da trascurare il problema logistico: aumenterebbe considerevolmente il traffico sulla Strada Provinciale Reale, con autocarri che trasporterebbero il legno decorticato all’inceneritore e ne porterebbero via le ceneri. L’impianto, quindi, non eliminerebbe i rifiuti, ma li trasformerebbe semplicemente in ceneri altamente tossiche da smaltire in siti al momento non noti.

Rimarrebbe inoltre il problema dello smaltimento dei filtri a fine ciclo. Questi materiali non sono inerti, ma classificati come rifiuti pericolosi da stabilizzare o da conferire in discariche controllate, senza trascurare il rischio che gli inquinanti catturati dai filtri vengano reimmessi nell’ambiente in forma concentrata.

I costi sociali non si limitano all’ambito produttivo e sanitario.

Si sottolinea che intorno all’area dell’ipotetico impianto sono presenti numerosi siti di interesse comunitario: il Bosco del Merlino di Caramagna Piemonte, il Parco del Castello di Racconigi, il Centro Cicogne (tutelati dal Parco del Monviso), le zone umide, i boschi di Ceresole d’Alba (inseriti nella Rete Natura 2000) e le Zone di Salvaguardia dei Boschi e delle Rocche del Roero.

Il Bosco del Merlino, prossimo all’area in cui dovrebbe sorgere l’impianto, è uno dei pochi boschi della pianura cuneese di notevole rilevanza. L’ambiente forestale riflette in larga misura le caratteristiche del querco-carpineto. È stato dichiarato bosco da seme regionale per la raccolta di materiale di propagazione forestale. Oltre a frassini, farnie e ontani neri, sono state censite centinaia di specie, alcune delle quali di interesse conservazionistico, come Caltha palustris L., Convallaria majalis L., Leucojum vernum L., Platanthera bifolia (L.) Rich., Platanthera chlorantha (Custer) Rchb. ed Epilobium tetragonum L. (molto raro in Piemonte).

Sono state segnalate in passato — da verificare se ancora presenti — Hottonia palustris L. (primulacea acquatica rarissima) e Gladiolus imbricatus L. (gladiolo piemontese), sempre più raro e minacciato per la scomparsa degli habitat.

Anche la fauna del sito è ben nota: sono state segnalate 118 specie di uccelli, di cui una cinquantina nidificanti. Nell’ area sono presenti 17 specie rare, due delle quali nidificano nel bosco: Milvus migrans Boddaert (nibbio bruno) e Lanius collurio L. (averla piccola).

Si segnalano anche specie di mammiferi di interesse comunitario, come il moscardino e il rarissimo barbastello, un pipistrello di cui è stata individuata una colonia nella cavità di un albero.

Per quanto riguarda gli anfibi, la specie di maggior interesse è la rana di Lataste, specie endemica a rischio di estinzione, presente in Piemonte solo in una decina di stazioni. Altri anfibi di interesse comunitario rilevati sono il tritone comune e il ramarro.

Sono presenti anche numerose specie di insetti, in numero superiore rispetto a quelle presenti negli altri boschi planiziali più estesi della regione. Sono state censite 69 specie di carabidi e 30 specie di buprestidi, alcune delle quali molto rare, oltre a scarabeidi, lucanidi (cervo volante) e cerambicidi.

Sono state individuate 61 specie di ditteri sirfidi, tra cui Heringia latitarsis, segnalata per la prima volta in Italia settentrionale. Questi insetti sono ottimi bioindicatori della salute degli habitat forestali.

Nelle pozze d’acqua temporanee del sito è stato osservato Branchipus schaefferi Fischer, un piccolo e raro crostaceo anostraco che nuota con la superficie ventrale del corpo rivolta verso l’alto.

Il Parco del Castello di Racconigi e il Centro Cicogne sono siti di interesse comunitario che presentano molte analogie con il Bosco del Merlino. Tra le specie vegetali di maggiore interesse si segnala la presenza di esemplari spontanei di Ulmus laevis Pall. (olmo ciliato) e della non comune graminacea di ambiente nemorale Oplismenus undulatifolius (Ard.) P. Beauv. (miglio ondulato). Recentemente sono stati osservati alcuni esemplari di Marsilea quadrifolia L (trifoglio d’acqua), una delle felci acquatiche più rare della flora italiana in pericolo immediato di estinzione.

In questi siti è presente la maggiore garzaia della provincia di Cuneo, dove si riproducono la nitticora, la garzetta, l’airone cenerino e le più consistenti colonie italiane di colombella e di cicogna bianca, che costruisce i nidi anche sui tetti del Castello Reale. Sono inoltre presenti il martin pescatore, il nibbio bruno, il tarabuso e il piviere dorato.

Durante la primavera del 2020 ha nidificato nel Parco del Castello Reale di Racconigi la cicogna nera. Si è trattato di un evento molto importante dal punto di vista naturalistico, poiché rappresenta la prima nidificazione confermata in un bosco della Pianura Padana. La sua presenza è stata confermata nuovamente nel 2021, segno che l’area è diventata un habitat favorevole per la specie, anche grazie alla chiusura di una parte del parco al pubblico. Si tratta infatti di un uccello molto elusivo e diffidente, legato ad ambienti tranquilli e poco disturbati.

È inoltre da sottolineare la presenza di una colonia riproduttiva di vespertilio smarginato, la seconda più cospicua nota a livello nazionale, che utilizza come rifugio la cupola centrale del castello. Sono inoltre presenti il vespertilio di Blyth, il vespertilio maggiore, il vespertilio di Natterer e il pipistrello nano.

L’erpetofauna conta sei specie di notevole importanza, tra cui la rana di Lataste, molto localizzata in Piemonte poiché esclusiva dei boschi planiziali padani, che convive con la rana temporaria e la rana dalmatina, anch’esse rare.

Infine, strettamente legati all’areale di diffusione delle querce, sono segnalati quattro coleotteri di interesse comunitario: Cerambyx cerdo L. (cerambice della quercia), Lucanus cervus L. (cervo volante), Osmoderma eremita Scopoli (scarabeo eremita che profuma di cuoio) e Coroebus undatus (coroebo ondulato o coleottero gioiello), rarissimo buprestide xilofago strettamente legato alle querce.

Le acque del torrente Maira, vicino al castello di Racconigi, ospitano specie di pesci di interesse naturalistico: il vairone, la lasca, il barbo padano, il barbo canino, il cobite e lo scazzone.

Di notevole rilievo naturalistico sono i boschi e le zone umide attorno alle peschiere di Ceresole d’Alba, inseriti nella Rete Natura 2000. Le specie vegetale più rara del sito è Thelypteris palustris Schott (felce palustre).

La zona ospita numerose specie di uccelli: biancone, falco pecchiaiolo, nibbio bruno, tarabusino, martin pescatore, moretta, mignattino comune, succiacapre, averla cenerina, averla capirossa, ortolano, albanella minore, tottavilla e starna (scomparsa da gran parte della Pianura Padana).

Nelle zone umide è presente Pelobates fuscus Laurenti (rospo della vanga), uno degli anfibi più rari d’Italia, riconoscibile per il corpo globulare e gli arti non molto sviluppati.

Infine, si cita la Zona di Salvaguardia dei Boschi e delle Rocche del Roero, che comprende i comuni di Sommariva del Bosco (situato a 5 km in linea d’aria dal sito dell’ipotetico impianto), Sommariva Perno, Sanfrè (che confina direttamente con il comune di Cavallermaggiore), Bra, Pocapaglia e Baldissero d’Alba.

Il territorio protetto ospita boschi mesofili planiziali, con vegetazione che varia per l’alternanza di zone aride e ambienti umidi. Nelle brughiere, oltre alla molinia, si segnalano specie vegetali rarissime come Epipactis palustris (L.) Crantz (elleborina palustre), Gentiana pneumonanthe L. subsp. pneumonanthe (genziana mettimborsa) e Gladiolus palustris Gaudin (gladiolo reticolato).

Le specie vegetali e animali citate risultano da poco comuni a rare o molto rare, con una ridotta variabilità genetica dovuta al numero esiguo di individui, nonché con possibili fenomeni di consanguineità nelle popolazioni animali e di depressione da inbreeding nei popolamenti vegetali. Tale condizione comporta un limitato potenziale adattativo delle specie, che risultano quindi vulnerabili alle variazioni delle condizioni ambientali e, nello specifico, ad un aumento delle sostanze inquinanti qualora venisse realizzato l’inceneritore.

In conclusione, la spiccata vocazione agricola del territorio, valorizzata da produzioni di eccellenza, la qualità dell’aria già parzialmente compromessa e l’elevata biodiversità dei siti di interesse comunitario presenti nei dintorni di Cavallermaggiore, delineano l’area del Foresto come incompatibile con l’insediamento di impianti di questo tipo.

Professor Domenico Francesco Robasto – Comitato No Inceneritore Foresto - Cavallermaggiore

al direttore

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