Venti minuti. Bastarono venti minuti per cambiare il destino dell'umanità. Per farle varcare quel confine sottile che la separa dall'autodistruzione.
Il 6 agosto 1945, alle 8:15, la città giapponese di Hiroshima venne cancellata dalla prima bomba atomica mai utilizzata in un conflitto. L'ordigno, soprannominato Little Boy, fu sganciato da un bombardiere B-29 statunitense, l'Enola Gay, e cambiò per sempre il corso della storia.
L'esplosione avvenne a poco più di 560 metri di altezza e liberò un'energia equivalente a circa 15mila tonnellate di tritolo. In pochi secondi, Hiroshima fu trasformata in un deserto di macerie e fuoco. La temperatura al centro dell'esplosione superò il milione di gradi Celsius, generando una palla di fuoco che vaporizzò ogni cosa nel raggio di centinaia di metri. L'onda d'urto devastò la città fino a un raggio di diversi chilometri.
Nell'aria salì un fumo denso, a formare un gigantesco e sinistro "fungo" alto 12 km, visibile fino a 640 km. Un'immagine che si fisserà per sempre nella memoria collettiva, anche perché tutto fu documentato dalle cineprese caricate su uno degli altri due B-29 della missione. I calcoli erano stati precisi e tutto andò come preventivato.
Siamo entrati nell'era atomica e l'umanità impara che non basta contare i morti dopo il bombardamento (più di 70mila), perché ci sono anche gli effetti delle radiazioni sui sopravvissuti: Little Boy causerà, entro la fine del 1945, circa 140mila morti, oltre a un aumento dei tassi di cancro e malattie croniche tra i sopravvissuti.
Sarebbero passati tre giorni prima che l'orrore si compisse nuovamente. Protagonista, suo malgrado, un'altra città giapponese. La prima scelta per l'attacco era stata Kokura, ma le nuvole che ricoprivano la città spinsero il comando statunitense a scegliere l'obiettivo di riserva: Nagasaki.
Di nuovo un B-29, stavolta soprannominato Bock's Car. Di nuovo una micidiale arma atomica al plutonio, ancora più potente della precedente, cui l'equipaggio diede il nome di Fat Man. Di nuovo una morte atroce per migliaia di civili giapponesi. Fu così che il 9 agosto 1945, qualche minuto dopo le 11 del mattino, nel cielo di Nagasaki ci fu un'esplosione di una potenza di 22 kilotoni. Morirono subito 40mila persone, numero che entro la fine del 1945 salirà a 74mila unità.
Il messaggio al Giappone arrivò forte e chiaro. Il 15 agosto l'Imperatore Hirohito annunciò la resa incondizionata del Paese. Era la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma anche l'inizio di un nuovo incubo: quello della minaccia nucleare globale.
Anche il Caffè letterario Albedo di Bra ricorda quell'atroce serie di eventi, che a distanza di 81 anni ancora interrogano il mondo. Ma come si racconta l'indicibile? Come si raffigura l'inimmaginabile? Come si rende l'idea di una nuova, devastante, arma in grado di fare di un uomo niente altro che un'ombra nera stampata sul muro (come un negativo fotografico), utilizzata su una popolazione civile indifesa: uomini, donne, bambini?
La pittrice giapponese, Yumi Karasumaru, prende le mosse della sua espressione artistica, per rappresentare le esplosioni atomiche avvenute nella sua terra con la speranza di accendere le coscienze sulle piaghe belliche che ancora affliggono il nostro pianeta.
Hiroshima non è solo il quadro della distruzione. È anche un esempio straordinario di rinascita. La città è stata ricostruita con tenacia e oggi è un moderno centro urbano, ma il ricordo del 1945 è ovunque. Dal Museo della Pace ai monumenti commemorativi, dalla voce degli hibakusha alle migliaia di studenti che ogni anno visitano la città per capire cosa significa davvero la parola "pace".
«Non lasciamo che l'umanità si distrugga con le armi nucleari! Lavoriamo insieme per una società umana, in un mondo libero dalle armi nucleari e dalle guerre!», messaggio di Terumi Tanaka, sopravvissuto al bombardamento atomico di Nagasaki, Premio Nobel per la Pace 2024.





