La mia Cuneo. Inizia così l'intervento dell'architetto cuneese Christian Di Nicuolo, che torna a parlare di attività commerciali e vetrine vuote.
Torna a farlo perché qualche anno fa - era l'autunno del 2023 - si era reso protagonista di un progetto finalizzato proprio a rivitalizzare il commercio in corso Giolitti. Ebbene sì, parliamo ancora di questa strada.
Di Nicuolo era andato oltre la questione sicurezza, ma parlava di una nuova vita per il quartiere.
Una proposta semplice: tornare a riempire gli spazi, riportare persone, attività e occasioni di incontro. E soprattutto riaprire quei locali commerciali che da anni rappresentano una delle principali fragilità del quartiere.
Già nell’autunno del 2023 Di Nicuolo aveva portato in Comune, con il sostegno del Comitato di Cuneo Centro, un progetto costruito insieme a residenti e professionisti.
L’obiettivo dichiarato era ambizioso: individuare nuove attività interessate ad aprire in corso Giolitti.
Il ragionamento è quello della rigenerazione urbana: un quartiere più vissuto è anche un quartiere più presidiato. È una convinzione che l’architetto aveva già espresso proponendo ai residenti di riappropriarsi degli spazi pubblici, arrivando a organizzare momenti di presenza collettiva sulle panchine di corso Giolitti.
Quelle panchine che adesso si vogliono far rimuovere.
Ed ecco che, in questo contesto, il suo intervento assume un significato ancora più amaro. E non riguarda solo quella via. Anche corso Nizza sta pian piano svuotandosi.

Sono rientrato dalle ferie e la famiglia dorme ancora.
È domenica mattina e con il silenzio della gente che che si sta svegliando nelle proprie case, mi accorgo con più facilità delle vetrine che si sono svuotate. Passo loro davanti quasi come si passa davanti ai tumuli del cimitero, non con amarezza ma con rispettosa malinconia.
Stanno lì con i teli svolazzanti che cercano di coprire il vuoto, ma il vuoto non si può coprire.

Il vuoto si può solo riempire o provare a guardarci dentro. E guardandoci dentro, mi accorgo che il vuoto può essere contagioso.
Non è una, non sono due, ma stanno lì come una depressione dilagante che non ti accorgi fino a che non te ne accorgi.
E a quel punto inizio a fare caso che nella mia città, quella in cui sono nato, sono cresciuto coltivando i miei sogni le mie speranze, quella nella quale ho deciso di far nascere i miei figli, è scoppiata un’epidemia.
I locali sotto i portici quelli che da piccolo mi accompagnavano in un viaggio di colori, di luci, di emozioni, ora sono stati contagiati dal vuoto, da una depressione dilagante.
Cosa succederà? Quale medico, quale psicologo, quale virologo, troverà il la cura a questa malattia così contagiosa?













