«Mia madre deponeva sul tavolo ogni mattina una grissia del "pane di ieri", un fiasco di vino, un orciolo di olio e una saliera, tutto ricoperto da un tovagliolo da lei ricamato con la scritta "L'olio, il pane, il vino e il sale siano lezione e consolazione"».
Con queste parole anche autobiografiche, tratte dal suo saggio "Il pane di ieri" (vincitore del premio Pavese nel 2009), si potrebbe salutare la scomparsa di Enzo Bianchi, avvenuta il 1° settembre scorso all'età di 83 anni e un'intensa attività come predicatore, biblista, monaco, intellettuale e figura carismatica di spiritualità cristiana. I funerali si sono svolti a Castel Boglione, suo paese natale, ad Asti, nel cuore del Monferrato.
Enzo Bianchi, noto per essere il fondatore nel 1965 della Comunità monastica di Bose, di cui è stato priore fino al 2017, quando fu allontanato ebbe ancora la forza di fondare la nuova Fraternità della Casa della Madia, nel 2021, ad Albiano d'Ivrea.
È stato autore di più di 300 libri, in molti dei quali riconosce il cibo come veicolo fondamentale di relazione, come sostengono numerosi passi biblici che definiscono la storia della salvezza proprio a partire da pasti consumati, insieme e per strada, con personaggi familiari o sconosciuti.
In queste opere si condensa tutta la feconda spiritualità di Enzo Bianchi che, nel corso della cerimonia di ricevimento della laurea honoris causa nel 2016 da parte dell'Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ha spiegato: «Il cibo è al cuore della vita secondo lo Spirito. Non è possibile vita spirituale senza consapevolezza del cibo, senza attenzione al cibo, senza che si accenda l'arte del mangiare, senza che il pasto sia un rito creatore di senso, senza un'esperienza di condivisione e di comunione intorno alla tavola. È significativo che nell'ebraismo l'incontro con Dio avvenga mediante un pasto (Dio si rivela ad Abramo alle querce di Mamre dove fu imbandita una tavola; Mosè e gli anziani incontrano Dio sul Sinai dove "mangiarono e bevvero"); che al cuore del cristianesimo ci sia la tavola eucaristica; che nel buddhismo si ricordi che "fare cucina è attività di Buddha", come afferma Zen Dogen, monaco giapponese del XIII secolo. Se "l'uomo è ciò che mangia" - secondo il noto aforisma di Ludwig Feuerbach -, è anche vero che l'uomo si umanizza, soprattutto, con l'arte del mangiare e che la sua vita spirituale si nutre del cibo e del significato attribuito al cibo».
Parlando di Enzo Bianchi e della sua diceva il compianto Carlo Petrini, suo amico ed estimatore: «Entrambi siamo figli di una terra che negli anni della nostra formazione esprimeva, vivendoli, alcuni fondamentali valori di cui la società odierna si scopre improvvisamente priva e di cui ha disperatamente bisogno. Abbiamo ridotto il cibo a una commodity, a una materia prima, a merce e basta, privandolo, ad esempio, della sacralità che aveva, ha e manterrà sempre...».
La speranza non è utopia nelle parole di questi due grandi costruttori di fraternità.








