io_viaggio_leggero - 12 settembre 2026, 07:00

Io viaggio da solo: una libertà senza testimoni, quando le scelte possono essere solo personali

In questa rubrica troverete anche approfondimenti e riflessioni sul mondo Travel. Pensieri a voce alta e considerazioni su nuovi approcci e nuovi orizzonti: nel terzo millennio anche il modo di viaggiare è in continua mutazione

Io viaggio da solo: una libertà senza testimoni, quando le scelte possono essere solo personali

Viaggiare da soli non significa necessariamente amare la solitudine. A volte è il risultato di calendari che non coincidono, di una meta che nessuno desidera visitare, di una partenza che non può essere rimandata. Altre volte è una scelta precisa: muoversi senza negoziare il passo, gli orari, le deviazioni. Ma raccontarla solo come una forma superiore di libertà sarebbe sbagliato. Anche la libertà, quando nessuno ci aspetta, può pesare.

Il viaggio solitario comincia pronunciando una frase: «Vado da solo». Chi ascolta reagisce con ammirazione oppure con timore. «Che coraggio», dicono alcuni, come se attraversare una frontiera senza compagnia fosse un’impresa estrema. Altri domandano: «Ma non ti annoi?». Quasi nessuno considera l’ipotesi più semplice: stare soli lontano da casa non è né eroismo né condanna, ma un modo diverso di muoversi nel mondo. Quando viaggiamo con qualcuno c’è una sorta di memoria condivisa. Quando siamo da soli, invece, alcune cose rimangono senza testimonianza. In un mercato rumoroso all’alba o nei gesti di una donna che apparecchia i tavoli di una trattoria: nessuno è lì per confermare ciò che abbiamo visto. Il paesaggio non diventa subito racconto. È in questa assenza di testimoni che il viaggio cambia natura. Nicolas Bouvier, scrittore e reporter svizzero, pensava che viaggiare non servisse ad accumulare, ma a farsi spogliare. Partire da soli porta la sottrazione ancora più avanti: non c’è nessuno con cui dover concordare una scelta. Nessuno si stupisce se vogliamo cambiare programma, restiamo in silenzio o trascorriamo un intero pomeriggio davanti a un porto. Il viaggio in solitaria non ci rende più autentici, ma ci concede una tregua dalla coerenza.

Esiste, naturalmente, il rovescio della medaglia. Ogni decisione ricade interamente su di noi. Non c’è nessuno a cui attribuire l’albergo sbagliato, il treno perduto o la cena mediocre. Persino la stanchezza diventa più difficile da accettare. A volte la libertà assoluta assomiglia a un corridoio troppo lungo: nessuna porta è chiusa, ma non sappiamo quale aprire. Viaggiare soli obbliga anche a distinguere la solitudine dall’isolamento. La prima lascia entrare il mondo; il secondo lo tiene a distanza. Possiamo attraversare un continente restando protetti dallo schermo, dalle recensioni e dalle conversazioni con chi è rimasto a casa. Oppure possiamo accettare una piccola quota d’incertezza: sbagliare una scelta, sederci a un tavolo in comune, seguire un’indicazione da uno sconosciuto. Così diventiamo più accessibili ma non sempre accadono incontri memorabili. Forse è meglio così. Il venditore che indica l’autobus, il vicino di posto che divide un frutto, la receptionist che corregge la nostra pronuncia non sono comparse incaricate di cambiarci la vita. Sono persone che attraversano per pochi minuti la nostra traiettoria. La loro importanza sta proprio nel non averla. Anche il tempo cambia. Senza doverci accordare continuamente, scopriamo quanto spesso confondiamo il movimento con l’esperienza. Possiamo visitare dieci luoghi senza essere davvero presenti in nessuno. Da soli una giornata può finalmente perdere efficienza: una colazione può essere molto lunga, un museo abbandonato a metà. Non dobbiamo giustificare quello che, agli occhi di altri, potrebbe sembrare uno spreco.

Eppure è proprio davanti a qualcosa di straordinario che la solitudine presenta il conto. Davanti ad un tramonto nel deserto, un piatto locale delizioso o in un bosco di montagna dopo la pioggia: istintivamente ci voltiamo, cercando uno sguardo che non c’è. Possiamo fotografare, annotare, raccontarlo al ritorno, ma non è la stessa cosa. L’emozione condivisa non si divide: si moltiplica. La presenza di un’altra persona non sottrae grandezza a ciò che vediamo; gli offre un’eco. Forse è questo che si perde viaggiando soli: non l’emozione, ma la sua seconda vita. Nessuno ricorderà con noi la luce di quel momento, nessuno potrà dire, anni dopo, «Io c’ero». E allora anche “la cosa bella” rischia di diventare più fragile, come un luogo che esiste soltanto nella nostra memoria.

Viaggiare soli insegna a guardare, a scegliere e a fermarsi senza chiedere il permesso. Ma ci ricorda anche che non sempre bastiamo a noi stessi. Possiamo attraversare il mondo senza compagnia e sentirci liberi; tuttavia, davanti alla meraviglia, continueremo a desiderare qualcuno al nostro fianco. Perché rende ciò che abbiamo vissuto ancora più grande e forse perché non siamo fatti per stare soli a questo mondo.

Marco Di Masci

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