Un flash mob e bandiere della pace con la scritta «We are all Ukrainians, we are all Europeans (Siamo tutti ucraini, siamo tutti europei)».
C'era anche il braidese Roberto Cagnazzo tra gli italiani del Mean, Movimento europeo di azione nonviolenta, che dal 25 al 28 agosto hanno partecipato alla missione "Adesso, Odesa", che ha visto gli attivisti impegnati a Odessa, nel cuore dell'Ucraina martoriata dalla guerra.
Non è un posto qualunque, Odessa, città dove la Russia si apriva al mondo alla frontiera sud dell'impero, voluta dal principe Potemkin sulla terra dei tatari, fondata dall'ufficiale napoletano Giuseppe de Ribas, pianificata dal Duca di Richelieu e diventata poi il grande porto del mondo ebraico, fucina di idee, commerci di grano, cereali, mais, soia. E olio di girasole, di cui Odessa è ancora oggi uno dei maggiori esportatori al mondo.
Leggenda racconta che il suo nome in principio fosse Odesso e voleva evocare il mitico Ulisse, ma venne declinato al femminile per volontà della zarina russa Caterina la Grande, diventando appunto Odessa.
Qui è nato Isaac Babel, che ha raccontato la Moldavanka, il quartiere ebraico e le storie dei suoi abitanti, un dedalo di commercianti, lestofanti e criminali. E qui ha vissuto in esilio il poeta russo Aleksandr Puskin, che ha scritto nelle sue strade uno dei suoi più celebri poemi in versi: l'Eugene Onegin.
Non è solo storico, ma anche culturale l'intreccio tra Russia e Ucraina. È difficile tracciare una divisione. Ed è difficile capire cosa succederà domani, quando sorgerà il sole. Quel sole che ha ispirato O Sole mio. La più famosa canzone napoletana e italiana di sempre, scritta da Eduardo Di Capua a Odessa, guardando un'alba sul Mar Nero.





