Al Direttore - 10 maggio 2012, 17:50

"Chi non divide i giudizi morali da quelli storici fa una marmellata informe senza senso e utilità"

Presidente dell’Istituto storico della resistenza Livio Berardo interviene in merito alle polemiche suscitate dal dibattito sulla cittadinanza onoraria saviglianese a Mussolini

Livio Berardo

Livio Berardo

Il mio breve commento al dibattito sviluppatosi a Savigliano sull’opportunità o meno di revocare la cittadinanza onoraria concessa nel 1924 a Benito Mussolini hanno provocato l’invio di lettere fluviali, a cui mi tocca dare una risposta.

Sono d’accordo con Battioli quando definisce la mia osservazione sulla incomparabilità fra Bocca e Galateri schematica (schematica, non semplicistica). Per forza, avevo a disposizione, per questa parte, due righe! Altrove, ad es. in occasione delle commemorazioni post mortem, ho ricordato le contraddizioni di Bocca nel dopoguerra, la sua precipitazione a schierarsi con i fenomeni politici di volta in volta emergenti nel panorama italiano, con acerbe disillusioni.

E anche per il ventennio fascista credo di aver detto, sempre schematicamente, che vanno da un lato compresi i cedimenti per necessità o le infatuazioni giovanili, dall’altro messe in evidenza le resistenze, prerogativa di sparute, coraggiose minoranze (vedasi il libro “Elementi pericolosi 1922-1943” che il 23 aprile scorso ho presentato proprio a Savigliano).

Della filippica di D’Alessandro ho capito una sola cosa: che ce l’ha con me. Che senso ha inveire contro la mia collocazione politica, e a maggior ragione contro quella di chi come me a Savigliano si riconosce nelle posizioni di Sinistra ecologia e libertà (berlusconianamente bollate come “comunismo”), nel momento in cui ho rilasciato quel commento in qualità di Presidente dell’Istituto storico della resistenza?

Mi pare che D’Alessandro faccia un bel po’ di confusione. De Vecchi secondo lui non demeritava la cittadinanza, perché rappresentante dell’ala monarchica e “moderata” del fascismo. Per sapere chi era Cesare Maria De Vecchi basta andare a Casale, da cui proveniva il quadrunviro, o nella vicina Bra. Qui il 28 novembre 1920 (non era ancora cominciato il “biennio nero”) De Vecchi guida un gruppo arditi all’assalto del municipio “rosso”, ferendo tre operai socialisti, di cui uno ridotto in fin di vita. A animare la sua squadra è Pietro Brandimarte, un erculeo squadrista torinese che alla fine dei raid si vanterà di aver strozzato con le sue mani più di venti “sovversivi”.

Poi D’Alessandro mi accusa di corrività nei confronti di Bocca (“E' sempre la solita storia dei comunisti... indulgenti con chi passa alla corte "rossa", spietati contro chi mantiene le proprie libere idee”). Ora si dà il caso che Bocca sia sempre stato anticomunista non meno di D’Alessandro, tanto che, per cercare un’alternativa alla corruzione democristiana, ha, come si diceva a proposito dei ragionamenti di Battioli, dato credito prima a Craxi, poi a Berlusconi, infine a Bossi, salvo ritirarglielo alla prova dei fatti. In ciò stava la sua onestà intellettuale non disgiunta dalla libertà di idee.

Nel caso di D’Alessandro più che un’esigenza di libera espressione di idee mi pare ci sia un trauma familiare non superato né “elaborato”. Se suo padre si è arruolato nelle forze delle Rsi a 14 anni, merita la nostra comprensione. Resta il fatto che a differenza di Bocca si è schierato dalla parte sbagliata. Che altri si siano collocati dalla parte giusta per opportunismo non è una novità. Non confondiamo i giudizi morali che toccano le persone con quelli storici che riguardano i periodi, i movimenti, i regimi. Non sono “i comunisti” di Savigliano a voler fare le distinzioni. E’ lo studio della storia che lo richiede, non per giudicare, ma per capire. Altrimenti essa si riduce ad una marmellata informe senza senso e senza utilità.

Livio Berardo

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