Riceviamo e pubblichiamo:
Gentile Direttore,
ho letto con grande attenzione la lettera inviata dal dottor Aime, dall'ex consigliere Chiarenza e dal sindaco Giordana riguardante il dibattito sui grandi invasi e, in particolare, la memoria storica legata al progetto della diga di Moiola. (LEGGI QUI)
Credo che riportare la questione delle risorse idriche al centro della discussione pubblica sia un servizio prezioso per tutto il territorio cuneese, specialmente in un'epoca in cui la gestione dell'acqua rappresenta una sfida prioritaria.
Accanto all'indubbia lungimiranza di quegli studi promossi negli anni Settanta e Ottanta dagli ingegneri Selleri e dal senatore Carlotto, ritengo sia altrettanto importante ricordare e comprendere i motivi complessi per cui quella grandiosa opera non giunse mai alla fase realizzativa. Non si trattò semplicemente di inerzia burocratica o disinteresse amministrativo, bensì dell'emergere di serie criticità tecniche, ambientali e sociali che portarono le istituzioni dell'epoca a riconsiderare l'opportunità dell'intervento.
In primo luogo, la creazione di un bacino da 160 milioni di metri cubi avrebbe comportato l'allagamento di un'ampia porzione della media Valle Stura. Tale prospettiva suscitò la viva e comprensibile preoccupazione delle comunità locali, intimorite dalla perdita di preziosi terreni agricoli, dalla necessità di delocalizzare centri abitati e dal profondo sconvolgimento del tessuto socio-economico del territorio.
L'impatto paesaggistico e l'alterazione dell'ecosistema fluviale rappresentavano nodi problematici che la sensibilità e le normative dell'epoca iniziavano giustamente a porre in forte rilievo.
Accanto all'opposizione delle popolazioni locali, emersero rilevanti riserve di carattere geologico e idrogeologico. La conformazione strutturale delle pareti della valle e le caratteristiche sismiche dell'area alpina consigliavano estrema prudenza nell'invasare volumi d'acqua così imponenti a monte dei centri abitati della pianura.
Infine, gli impegni finanziari necessari per il completamento dell'opera andavano ben oltre le risorse disponibili per la sola progettazione preliminare, rendendo la sostenibilità economica dell'infrastruttura estremamente incerta.
Il progressivo mutamento delle direttive nazionali e regionali ha poi orientato la pianificazione verso interventi a minore impatto, favorendo bacini di accumulo distribuiti e la razionalizzazione delle reti esistenti anziché le sbarramenti di imponenti dimensioni.
Il confronto su queste tematiche resta aperto e fondamentale, ma guardare alla storia del progetto di Moiola nella sua interezza ci aiuta a capire come ogni grande scelta infrastrutturale debba necessariamente equilibrare il bisogno di risorse con la tutela del territorio e il rispetto delle comunità che lo abitano.
Roberto Lanza, Pianfei





