La Procura della Repubblica di Cuneo ha chiesto l’archiviazione del procedimento aperto nei confronti del carabiniere che, il 4 giugno scorso, utilizzò il taser durante un intervento in corso Giolitti nei confronti di una donna in stato di alterazione.
L’episodio aveva suscitato un acceso dibattito dopo la diffusione sui social di un video dell’intervento e le critiche di alcuni esponenti politici, che avevano ritenuto sproporzionato il ricorso alla pistola a impulsi elettrici.
Gli accertamenti sono stati svolti nell’ambito del modello 45-bis, il registro introdotto dal Decreto Sicurezza per i casi in cui, fin dalle prime verifiche, la condotta del pubblico ufficiale appare riconducibile a una causa di giustificazione. In queste ipotesi il pubblico ministero non procede all’iscrizione nel registro degli indagati, ma svolge gli accertamenti preliminari in un fascicolo dedicato. Concluse le verifiche senza che siano emersi profili di responsabilità penale, la Procura ha quindi chiesto al Gip l’archiviazione del procedimento.
Secondo la ricostruzione della Procura, i carabinieri erano intervenuti a seguito della segnalazione di un litigio. Sul posto avevano trovato un uomo e una donna, entrambi in evidente stato di alterazione dovuto all’assunzione di alcol. Invitata a seguirli per l’identificazione, la donna si era rifiutata, entrando poi in un locale pubblico dove aveva afferrato un piatto in ceramica, frantumandolo. Con un coccio appuntito avrebbe prima minacciato di compiere gesti autolesionistici e successivamente tentato per due volte di colpire uno dei militari.
Solo a quel punto il carabiniere, dopo aver estratto il taser a scopo dissuasivo, aveva azionato la pistola a impulsi elettrici per interrompere la condotta aggressiva.
La donna era stata successivamente accompagnata al pronto soccorso per gli accertamenti previsti in questi casi. Da quanto appreso, le sue condizioni non avevano destato particolari preoccupazioni e non erano emerse conseguenze cliniche di rilievo riconducibili all’utilizzo del taser.
La vicenda giudiziaria nei confronti della donna si era invece già conclusa nei giorni successivi all’episodio. Aida Stan, di origine romena, assistita dall’avvocato Mauro Mantelli, era stata processata per direttissima e condannata, con rito abbreviato, a undici mesi di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale e tentate lesioni.





