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Che tempo fa

| 09 ottobre 2013, 07:31

La paura fa novanta... ( minuti circa di proiezione )

La paura fa novanta... ( minuti circa di proiezione )

Una delle poche cose belle che porta con se il mese di ottobre (quindi non il ritorno del freddo, la pioggia, l'ora solare, l'abbigliamento pressoché invernale, e tutte le altre brutture) è la fine dell'invasione estiva dei film horror nei cinema. Quando nelle multisale sette proposte su dieci sono “de paura”. E di quei sette, sei sono francamente brutti.

L'ultimo film del genere che ho apprezzato è stato “The others” (2001, accidenti già più di dieci anni fa) diretto da Alejandro Amenábar, e interpretato da Nicole Kidman. Lo so, per i puristi non è “d'orrore”, non ci sono scene splatter, urla, sangue a ettolitri, e tutti i cliché che piacciono tanto agli spettatori adolescenti. Del tipo gruppetto di ragazzi che si perdono da qualche parte, e che finiscono poi prigionieri di indigeni che sono zombies, umani antropofagi, o pazzoidi con maschera e sega elettrica. No, “The others” è una splendida storia gotica, dove non succede quasi nulla (niente sangue) e con un finale sorprendente (anche se intuibile) molto bello.

Mi è capitato di vedere recentemente due o tre film coreani (o giapponesi, poche le differenze). Del genere “The ring”, per intenderci. Non essendo fatti male, mi fanno paurissima. Ci sono sempre queste ragazzine con i capelli che ricoprono la faccia, in modo da mascherare il loro aspetto terrificante, e di solito sono già morte quando fanno la loro apparizione. Più che guardarli, li sento, mentre me ne sto su divano con gli occhi chiusi, e chi sta con me fa la telecronaca minuto per minuto di quello che sta capitando nella storia.

Un gioiello nel suo genere, a mio parere, è stato “L'esorcista” (1973) che sebbene lo abbia visto molti anni dopo la sua prima uscita, non sono riuscita ad arrivare oltre la metà. La bambina posseduta, Regan (già il nome fa paura, che se si fosse chiamata Emily non sarebbe stata la stessa cosa), truccata benissimo, nella scena in cui improvvisamente ruota la testa a mò di civetta, a 360 gradi, è rimasta uno dei miei incubi perenni.

Il capolavoro però rimane “Shining” che Stanley Kubrick ha diretto nel 1980, dal romanzo omonimo di Stephen King. Anche questo più che guardarlo, l'ho sentito, ma a forza di osservare qualche pezzetto per volta, si può dire che alla fine l'ho visto per intero. Bello, bello, bello. I bambini, che negli horror nascondono quasi sempre una personalità malefica, sono più inquietanti che mai. La coppia di gemelle, il figlio di Jack Nicholson che possiede poteri extrasensoriali (“la luccicanza”, quando parla con il suo dito indice...) mentre percorre col triciclo i corridoi dell'enorme hotel vuoto (vuoto?), bé, si anche loro mi hanno fatto paurissima. Geniale la colonna sonora, musica moderna dodecafonica, e la scena finale del film (anche la neve contribuisce a creare “brividi” supplementari nello spettatore), con quella cosa che non t'aspetti, essendo già Nicholson morto stecchito.

I film che non mi stanco di vedere e rivedere, perché quelli, invece, non fanno paura, sono i vecchi classici. Eleganti, ben girati. Li conosco a memoria. I Frankenstein con Boris Karloff, i Dracula con Bela Lugosi, le pellicole prima dell'avvento del cinema sonoro, quelle con Lon Chaney (“Il fantasma dell'opera”) e su tutte, “Nosferatu” di Murnau (1922). Per quest'ultimo la definizione di horror è riduttiva e pressapochista. E' un caposaldo del cinema espressionista, dove tutto è perfetto, dal protagonista Max Schreck (che in tedesco suona come “Massimo Spavento”), che interpreta il conte Orlok, alla regia, tutta ombre e giochi di luci.

A proposito di Dracula. 1980 o giù di lì. Giovanissima mi trovavo nella hall di un cinema dove stavano proiettando l'ennesima versione cinematografica del famoso conte, questa volta interpretato da Frank Langella. Si aprono improvvisamente le tende con un gran spostamento d’aria. Un bambino col cappottino scuro, sugli otto o nove anni, viene spinto premurosamente in avanti dalla mamma Con una mano sulla spalluccia del figlio a indicargli la direzione di marcia e con l’altra sul berretto che non era ancora riuscito a calzargli in testa. Lei ha l'aria preoccupata, uno sguardo che vira verso la consapevolezza di aver fatto una gran stupidaggine. Lui, è bianco come un cencio. Negli occhi, il terrore di ha visto la morte in faccia, uno spavento indicibile che sicuramente gli turberà il sonno per parecchi anni a venire. Guarda davanti a sé senza vedere nulla. Non grida, non piange. E' attonito. E gli esce quella frase balbettante, che sintetizza in tre parole la vera essenza di un film dell'orrore: “Madosca. Ma fa paura!”.

Monica Bruna

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