C’ero andata tenendo in mano un disegnino. Erano gli anni Settanta, una delle prime volte che andavo a farmi tagliare i capelli, senza essere accompagnata dalla mamma. Avevo scelto un uomo, nella mia testa faceva più chic rispetto alla classica “pennoira”. Sul foglietto mio padre mi aveva ritratta con taglio di capelli piuttosto corto e che mi piaceva molto. Era copiato da quello che portava “Valentina Mela Verde” personaggio dei fumetti pubblicato sul Corriere dei Ragazzi e ideato da Grazia Nidasio. Era una ragazzina lunga e magra come me, perciò pensavo che potessero starmi bene.
Il parrucchiere uomo e chic durò poco. Capitava sempre così: appena mi affezionavo a qualcuno, eccolo che si trasferiva subito dopo, e così toccava cercare e ricominciare da capo. Donne o uomini –che continuavo a preferire- purché lavorassero vicino a casa mia. Pochi isolati al massimo. Non ho mai assaporato il piacere di andare dal parrucchiere come un momento di cure e coccole dei capelli. Si trattava piuttosto di una necessità. Aspettavo (aspetto ancora) fino all’ultimo momento, quando i capelli non avevano più un loro senso, erano diventati una massa informe, un pagliaio dove l’ago era impossibile da trovare. Entrata nel negozio, avrei voluto che tutto fosse già finito, preferibilmente uscendo con un taglio di capelli almeno lontanamente verosimigliante al mio desiderato.
Mi attrezzavo. Foto delle riviste studiate accuratamente, scelte e poi ritagliate, dalle quali sbucava fuori la scelta definitiva. “Che cosa facciamo?” “Questo !”. Il risultato, inutile dirlo, non era mai simile a quello del modello. Quel tocco personale, che io non volevo, finiva per rovinare tutto. Il taglio più corto, o appena più lungo, lo scalato, la messa in piega voluminosa o troppo piatta. Che contribuiva a portare lontano anni luce l’immagine che mi ero fatta. Cioè di me col taglio di Renèe Simonsen (modella molto in voga negli anni Ottanta ndr). L’inevitabile shampoo una volta tornata a casa, metteva la parola fine alla creatività di chi mi aveva messo le mani in testa.
I parrucchieri specchi dei tempi. Fino agli anni ’80, quando tutte ci siamo fatte fare la permanente, non c’era ancora il fenomeno dei negozi in franchising. La pettinatrice era da sola, al massimo c’erano una o due ragazzine, le shampiste che si limitavano al lavaggio dei capelli, e con lei, se ti piaceva, andavi sul sicuro. Poi sono iniziati a spuntare, e a diffondersi in breve tempo, le catene di parrucchieri famosi (francesi, inglesi, americani), che danno il loro nome, ma in pratica non esistono. Ragazzi e ragazze tagliavano (tagliano) i capelli seguendo certi modelli, e solo quelli. C’è chi è più bravo, e quello un po’ meno. Entri, chi ti becchi ti becchi, e buona fortuna. Aspetto positivo: niente appuntamento. Quando ti prendono i cinque minuti, apri la porta, preghi che vada tutto bene, e esci.
Esiste ancora, per gli amanti del genere, il parrucchiere un po’ confessore, confidente, un po’ ruffiano, che mentre ti spunta la chioma riesce a tirar fuori con una sorta di metodo maieutico-tricologico quello che neppure la tua migliore amica riuscirebbe a farti dire. Tu racconti i fatti tuoi, e ti accorgi che la vicina di poltrona con la tinta in testa sta fingendo di non dare troppo nell’occhio, mentre appare intenta a leggere Oggi o Chi (ma anche Visto, Diva e donna, Gente) e allunga l’orecchio per carpire quello che stai confessando alla pettinatrice. Minore lo sforzo di ascoltare se chi parla sta sotto il casco (oggetto infernale inventato per asciugare i capelli, ma che comporta anche il parziale bruciacchiamento dei lobi delle orecchie, ora in via di estinzione) perché di solito urla.
Un fenomeno che sopravvive in provincia, dove andare dal parrucchiere diventa come un appuntamento tipo sala da tè tra amiche, si prende un caffettino, una spremuta, due chiacchiere, qualche risata, pettegolezzi più o meno garbati . E il taglio di capelli finisce per essere l’ultimo dei motivi per cui si è preso l’appuntamento.




