Quando gli “esperti” meteorologi annunciano, con una certa precisione ormai, che si sta avvicinando “una perturbazione artica che porterà neve sulla nostra penisola”, le reazioni nella cerchia dei conoscenti e amici può essere solo di due tipi: entusiasmo o disperazione. I primi appartengono alla categoria degli sciatori ed amanti della montagna, ma non solo. C'è pure qualcuno che ha conservato l'esaltazione di quando era bambino e non vedeva l'ora di uscire di casa per giocare con la neve.
Anche per me era così, ora non più. Faccio infatti parte di coloro che vivono con fastidio le nevicate, cogliendone solo il lato disagevole. Se si vive in città e per lavoro si deve per forza uscire di casa, i fastidi che comporta una nevicata, se seria, superano di gran lunga l'incanto che i primi fiocchi che cadono dal cielo possono portare con sé. Una nevicata, secondo il mio modo di pensare, ha senso solo se concentrata durante il periodo natalizio: le festività, il clima più rilassato si accorda con la lentezza che porta inevitabilmente con sé la neve. Meglio ancora se si stanno trascorrendo alcuni giorni di vacanza in montagna, ché lì ha un suo perché. Non fino ad arrivare al punto di coloro che scierebbero per dodici mesi all'anno, e a ottobre sono già lì a scrutare il cielo nella speranza di una precoce perturbazione nevosa.
Che poi, se si vuole, la neve porta con sé anche qualcosa di angosciante. A me ricorda Shining, il libro di Stephen King e soprattutto la rilettura e trasposizione cinematografica di Kubrick: l'enorme hotel isolato nel gelido inverno dove, ovviamente, il protagonista impazzisce. E le tragiche prime esplorazioni artiche. Immense distese bianche, ghiaccio a perdita d'occhio, venti gelidi e temperatura a quaranta, cinquanta gradi sottozero, dove temerari esploratori attrezzati in maniera ridicola affrontavano chilometri e chilometri a piedi. E sovente non tornavano più indietro.
Sono stata una sciatrice anch'io, ma di quelle poco convinte. Ero mediocre, poi mi sono fatta male ad un ginocchio e l'entusiasmo medio-basso si è del tutto annullato. Prima dei trent'anni ho detto basta alle code in auto, basta a quelle agli skilift, basta ai male ai piedi per scarponi troppo stretti, basta finire fuori pista a causa della nebbia, basta fare cadute sceme. Me ne sono fatta una ragione: lo sci non è uno sport per me. E basta.
Purtroppo siamo solo all'inizio di febbraio e non potremo fare a meno della neve ancora per almeno un paio di mesi (se va bene). Non è di secondaria importanza, poi, che noi si viva in una zona pedemontana e che quindi, d'inverno, nevichi. Anche se alcuni telegiornali montino su come una notizia catastrofica il dato di fatto più che normale che da dicembre in avanti le temperature si abbassino e portino con sé perturbazioni nevose. Trovo ridicoli i servizi realizzati in località alpine, con giornalista imbacuccato che drammatizza una più che ordinaria precipitazione nevosa quasi fosse un evento epocale, con annessa intervista a sciatore entusiasta, e per nulla preoccupato, che sciorina le solite banalità alle quali non importa proprio a nessuno.
Di solito qui a Cuneo appena arrivano le giostre in piazza Galimberti, inevitabilmente portano la neve, giorno più giorno meno. E ogni anno il binomio “giostre-neve” puntualmente si materializza.
A volte con conseguenze nefaste. Come a seguito della massiccia nevicata del 2009 quando un enorme ammasso di neve si staccò da un tetto di una casa vicina alla nostra e piombò sulla mia auto parcheggiata lì sotto, sfondandone tutta la parte anteriore.
A volte con esiti comici. Amici provenienti da Pistoia erano arrivati a Borgo San Dalmazzo per la Fiera Fredda. Lasciata l'auto la sera nel parcheggio dell'hotel, completamente asciutto e pulito da qualsiasi precipitazione atmosferica, l'avevano trovata sepolta dalla neve il giorno successivo, dopo una nottata in cui si verificò un accumulo impressionate del manto nevoso. Armati di guanti e altri mezzi improvvisati sul momento, ma soprattutto di tanta pazienza, si erano messi a sgombrare la macchina, una Punto bianca, salvo poi scoprire, arrivati alla targa del mezzo, che l’auto in questione non era la loro ma quella identica di uno sconosciuto che aveva posteggiato di fianco. Un principio di stupore, sgomento e anche un pizzico di rabbia per aver disseppellito con tanto sforzo una Punto che non era la loro, poi una bella risata immaginando già il raccontino divertente che si sarebbe raccontato per anni a parenti ed amici. E via a spalare di nuovo.




