La mostra dell'Associazione Culturale Marcovaldo “Orti del Paradiso. Capolavori d’arte dal XV al XXI secolo”, aperta fino all'8 dicembre al Filatoio di Caraglio coglie e trasmette al visitatore il rapporto perfettamente interscambiabile fra l'arte e la natura. Esposte sono un centinaio di opere che vanno dalle classiche nature morte dell'età barocca, passando ai dipinti dell'Ottocento e Novecento (come il commovente “Passeggiata amorosa” di Pellizza da Volpedo) fino alle creazioni di artisti contemporanei come Penone, Gilardi e Warhol, cosicché passando di sala in sala si viene colti da “piccoli shock visivi” come li ha definiti la curatrice Martina Corgnati (con lei Alberto Cottino e Carlo Sisi) nell'illustrare la ratio della scelta di accostare senza un filo cronologico dipinti, acquerelli, sculture, installazioni, disegni.
La parola “giardino” etimologicamente richiama il “paradiso” in lingua persiana, dunque la perfezione e la bellezza in senso assoluto, che ha da sempre affascinato l'uomo e gli artisti. Il giardiniere è un artigiano, perché ha manualità, tratta la materia, ma è sempre anche un po' (o molto, a seconda dei casi) artista. La costruzione di un giardino aspira alla bellezza assoluta e per raggiungerla, il lavoro è duro e nulla è lasciato al caso. Ce l'ha insegnato il vivaista quando ha sistemato le piante sulla terrazza di casa. Ogni alberello, ogni arbusto, ogni aiuola deve essere curata e trattata nella sua unicità, perché ha le sue esigenze, c'è quella che ama e richiede il caldo e si nutre quasi solo dei raggi solari, e c'è quello che invece vuole starsene tranquillo nella penombra, in secondo piano. Un po' come certe persone.
Ma poiché l'arte del giardinaggio è impegnativa, e ci vuole costanza (e anche tempo) nel potare, bagnare, disinfestare, trattare, e giardinieri non ci si improvvisa, alcune delle povere piante (poche, per fortuna) arrivate perfettine, dopo alcuni mesi di permanenza sulla terrazza di casa, lasciate a se stesse con la speranza (mal riposta) che Madre Natura vedesse e provvedesse, con il sopraggiungere di malattie (per me) misteriose e di parassiti visibili e invisibili, si sono tramutate in esseri deformi, scheletrici, spogli. Mi basterebbe seguire alcuni consigli preziosi, in apparenza semplicissimi dell'architetto paesaggista Paolo Peyrone, che ha curato la mostra e gli orti piantati appositamente nei cortili del Filatoio, nel catalogo della mostra (ed. Skira) regala. Un orto o giardino in salute “non ha bisogno né di veleni né di trattamenti chimici (ad eccezione forse di un po' di verderame): bastano tanto sole, che disinfetta e disinfesta, un terriccio ricco (…) e acqua in abbondanza nei mesi più caldi (...)”. Facile, no?
Ricordo uno sceneggiato televisivo di fine anni Settanta. S'intitolava “La traccia verde” protagonista una pianta in vaso. Un delitto che sarebbe potuto essere perfetto era svelato grazie all'uso di sofisticate (per l'epoca) apparecchiature che registravano lo shock della pianta, unica testimone di un delitto. Ma le piante “capiscono” se ci si parla insieme? Se gli diciamo “cresci su, fai la brava, dài che ce la puoi fare….” funziona? Sentono che le vogliamo bene?
Paolo Peyrone a questa mia specifica domanda non ha proferito risposta, ma un puntando un dito alla tempia, ridendo di gusto sotto i baffi, direi che è stato piuttosto esplicito.
Nota. Lo sfondo del consueto disegno di Danilo Paparelli a questa mia rubrica è tratto da un quadro di mio padre “La cantatrice serale”, che fa parte di una serie di dipinti dedicati proprio ai giardini, come li vedeva lui. Luoghi onirici, dove le piante non rispettavano le dimensioni reali, vuoti o con figurine avulse dal contesto: una donnina nuda che si specchia, un'auto sportiva anni Trenta, Topolino, un animaletto che sembra chiedersi “che ci faccio io qui”. Mi piace immaginare che quei giardini fossero la sua idea di “paradiso”.




