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Ad occhi aperti | 25 gennaio 2020, 15:30

Orrore e solitudine, cos'è veramente pericoloso? - The Shining

Il vuoto che ti crei attorno da solo o che ti creano gli altri non impiega molto a divorarti, per quanto tu possa considerarti un buon padre di famiglia. Oppure un medio giocatore della lega sportiva più importante del pianeta

Jack Nicholson nei panni di Jack Torrance

Jack Nicholson nei panni di Jack Torrance

“The Shining” è un film del 1980 scritto da Stanley Kubrick e Diane Johnson, e diretto dallo stesso Kubrick.

Il film – uno tra i massimi cult del genere e, spesso, indicato come il migliore horror della storia del cinema – racconta di Jack, Wendy e Danny Torrence, una famiglia che si ritrova a traslocare in un isolato hotel tra le montagne del Colorado durante l’inverno per farne da custode: Jack è uno scrittore, disoccupato e alcolista, impegnato nella stesura di un proprio lavoro e vede nella totale solitudine della struttura un ottimo spunto creativo. Stare nell’hotel sarà, invece, un’esperienza terrificante, tra misteriose presenze spettrali, l’incubo dell’alcool e dell’inadeguatezza genitoriale e, infine, i poteri paranormali dimostrati dal piccolo Danny.

Non ho idea di quanto siate ferrati nel mondo del basket americano, la scintillante e spettacolare e sempre più celebre e seguita National Basketball Association (la NBA, insomma). 

Io, in effetti, un po’ lo sono: nonostante la mia atavica incapacità in quasi qualunque attività fisica compresa nello scibile umano, negli anni – e grazie ad alcune persone con cui li ho condivisi – ho finito per appassionarmici, e principalmente alle storie dei singoli atleti.

Quella di Delonte Maurice West, cestista ricordato in particolar modo per la propria militanza nei Cleveland Cavaliers 2008-2010 assieme al ben più celebre e celebrato Lebron James, è una delle più tristi e sconvolgenti, e un recente video pubblicato da una gran quantità di media internazionali (tra cui la nostrana Repubblica.it) sta perfettamente a testimoniarlo.

Nel video originariamente diffuso sull’Instagram di alcuni utenti americani si vede West, ammanettato dopo aver subito un violento pestaggio, e in stato profondamente confusionale.

La guardia tiratrice, scelta a 24° posto dalla Saint Joseph University nel draft del 2004, non in effetti nuova alle cronache degli Stati Uniti, tra scoppi di rabbia in campo e denunce varie (tra cui possesso illegale di armi da fuoco). West soffre di un serio disturbo bipolare, che ne ha condizionato negativamente non solo l’intera carriera cestistica ma anche e soprattutto la vita privata, riducendolo nello stato di sostanziale vagabondaggio e solitudine testimoniato dal video.

Che nella NBA i disturbi mentali vengano trattati alla stregua di altri “tabù” come l’omosessualità (probabilmente peggio, considerando i passi avanti sociali che si sono fatti rispetto alla seconda tematica) è un dato di fatto che soltanto da una manciata di anni a questa parte comincia a diventare di dominio pubblico. Che l’America si trovi, in materia di welfare, non proprio all’anno zero ma quasi, è un altro. 

Ma cosa c’entra questo con il capolavoro kubrickiano “The Shining”? Niente, probabilmente. Tutto, forse.

Perché la pellicola non tocca il mondo delle malattie mentali, o del bipolarismo nello specifico, quanto piuttosto quella dell’alcolismo e di quanto in una classica e banalissima famiglia americana di tre elementi l’orrore dei rapporti umani e della violenza sottaciuta possa diventare ancora più grande di quello soprannaturale (e, forse, inesistente).

Ma “The Shining” parla, anche, di solitudine. Di come l’isolamento totale – sia fisico, con il trasloco della famiglia Torrence nell’hotel, sia emotivo, con il padre Jack che si “chiude” nella hall completamente vuota per scrivere il proprio romanzo allontanandosi da Wendy e Danny-  non sia mai spunto per qualcosa di buono: il vuoto, che ti crei attorno da solo o che ti creano gli altri, non impiega molto a divorarti, per quanto tu possa considerarti un buon padre di famiglia interessato soltanto a trovare un lavoro e perseguire i tuoi sogni. Oppure, per quel che vale, un medio giocatore della lega sportiva più importante del pianeta.

Il bipolarismo di Delonte Maurice West non sarebbe riuscito a devastargli la vita e la carriera, se la lega in cui ha militato dal 2004 al 2012 avesse mantenuto un atteggiamento meno oppressivo nei confronti del mondo dei disturbi mentali? Se l’America fosse un paese profondamente differente, sarebbe cambiato qualcosa? Nessuno può saperlo con certezza.

Ma tutti gli altri suoi colleghi, ancora in attività o meno, tutte quei grandi atleti più simili a divinità classiche che a esseri umani del XXI° secolo – e delle cui storie e prodezze, sarei ipocrita a negarlo, io stesso vado sinceramente matto – spero guardino al video che lo vede protagonista con della sana  vergogna. Perché, in materia umana, ciascuno è prossimo di tutti gli altri.

simone giraudi

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