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Overmovie | 07 agosto 2016, 09:15

Apocalypse Sound...parte prima

Ci sono film su cui è stato detto tutto. O quasi.

Apocalypse Sound...parte prima

Ci sono film su cui è stato detto tutto. O quasi.

“Apocalypse: now” è uno di questi. Quattordici mesi di riprese nelle Filippine, un tifone che spazza via il set, Martin Sheen colpito da infarto, trecento ore di materiale girato, due anni per ultimare il montaggio, esce infine nel 1979, vince la palma d’oro a Cannes e due oscar (suono e fotografia). Ci sono film che hanno  rappresentato uno choc per l’immaginario collettivo ed altri che hanno raccontato tali choc. A.N è entrambe le cose.

Rivederlo dopo qualche anno ha significato per me subire uno choc acustico.

A partire dalla genesi con uno Sheen che danza ubriaco sulle note di “The End” dei Doors tagliandosi e sporcandosi di sangue quasi fosse una sciamanica pittura di guerra mentre intanto la sua immagine si sovrappone a quella del fuoco dei bombardamenti e il rumore degli elicotteri alla voce di Morrison.

Già si capisce (anzi ascolta) che questo non sarà un normale film di guerra, né celebrativo né di denuncia, né politico (almeno in senso stretto) né pedagogico.

Ford Coppola, co-sceneggiatore con Milius (un mercoledì da leoni), userà il Vietnam per parlare di nevrosi individuali e pazzia, di poesia dionisiaca e di viaggio lisergico, il tutto in un gioco di specchi che non si ferma ad immagini e suoni, non a caso premiate dall’Accademy, ma si estende  anche alla cifra narrativa visto che il primo Kurtz è quello di “Cuore di tenebra” di Conrad (citato peraltro da Miller nella sua “Primavera nera”).

Nella prima parte del film Sheen (il capitano Willard) viene convocato dai suoi superiori, fra i quali anche un giovane Harrison Ford, per rintracciare il colonnello Kurtz che ha disertato e conduce una sua guerra personale contro i vietcong da un avamposto in Cambogia trasformato in allucinato feudo dove gli indigeni lo idolatrano come un dio. Qui lo choc acustico è rappresentato dalla voce del reietto su nastro (“…è il mio incubo, strisciare, scivolare sul filo del rasoio e sopravvivere”), una voce remota che può essere udita ma non ammette più contraddittorio, una voce che, come la sua fonte, ha tagliato i ponti coll’ “amato elenco delle cose comprensibili”, per dirla alla Emanuel Carnevali.

Certo, la denuncia al governo americano e l’attacco alle alte sfere dell’esercito sono evidenti e Brando oltre che pronunciarsi chiaramente contro di loro è l’incarnazione vivente d’un rifiuto patologico di tali istituzioni; le odia perché è al di sopra (io direi oltre) il loro concetto di morale e concede al Leviatano il diritto di ucciderlo ma non di giudicarlo perché nessuno è andato fino in fondo all’orrore quanto lui. Può permettersi tale insubordinazione mistica per il suo passato d’ufficiale più che brillante e perché “poteva diventare generale ma ha scelto di diventare sé stesso”.

L’attacco penetra la divisa e arriva al cuore di questi uomini che “considerano osceno scrivere “cazzo” sulla fusoliera d’un aereo e poi ci addestrano a scaricare napalm su villaggi di civili”, uomini che inviano Sheen a “porre fine al comando” di Brando come un genitore invierebbe un amico fidato a recuperare il figlio geniale che ha passato il segno e sta facendo fare alla propria famiglia una gran brutta figura. Non a caso il colonnello dirà al capitano che è solo un “garzone venuto a riscuotere i sospesi del droghiere”.

L’invettiva di Kurtz si salda trasversalmente al monologo del Brando-seduttore su “Ultimo tango a Parigi” quando fa a pezzi la famiglia nella scandalosa (borghesemente parlando) scena del burro. Anche lì un uomo che è andato oltre, anche lì un esule e un reietto. Ma torniamo ad A.N.

Inizia il viaggio della coscienza tormentata di Willard che dovrà risalire il Mecong fino alla Cambogia su una sorta di “bateau ivre” alla Rimbaud con un equipaggio incongruo fatto d’uno chef di New Orleans, un surfista sballato e un ragazzino del Bronx di appena diciassette anni; il volume è altissimo, gli attori devono urlare per farsi udire al di sopra del rumore delle bombe, delle mitragliatrici e degli elicotteri, anche noi pestiamo sul telecomando ma il risultato è solo un’amplificazione del Caos che Ford Coppola ha voluto inscenare. E compare persino, il regista, in un breve cameo come membro d’un’equipe televisiva che incoraggia Sheen e i suoi a continuare a combattere mentre loro filmano, ottimo esempio di meta-cinema che non poteva mancare in questo meta-film in cui la guerra è solo un pretesto scenografico e la trama è fatta di buchi in cui si infila la voce fuori campo del protagonista, sulla carta nemesi di Kurtz ma in realtà suo alter ego in work in regress.

Arriviamo alla fulminante apparizione di Robert Duvall nei panni di Kilgork, cow-boy della cavalleria dell’aria che dirige i suoi aviotrasportati come un trombettiere invasato distribuendo “carte di morte” ai caduti in segno del suo passaggio scandito dalla potenza di Wagner (“la cavalcata delle valkirie”). Patito del surf costringe alcuni suoi soldati a testare le onde durante i bombardamenti e mentre fischiano i proiettili resta in piedi in pieno delirio (nietzschiano) d’onnipotenza sgranando frasi memorabili tipo “Charlie non fa surf”, “un giorno questa guerra finirà” o l’indelebile “mi piace l’odore del napalm al mattino…profuma di vittoria”. Nell’edizione restaurata (con cinquanta minuti in più) gli verrà rubata la tavola da surf e lui si aggirerà nei cieli sopra il cuore di tenebra ammonendo bonariamente i ladri a restituire il maltolto ma quel che ci interessa è il passaggio dall’incedere operistico di Wagner e dal rock n’roll degli Stones all’alienante freddezza dei sintetizzatori dei Coppola (Carmine e Francis) che sottolineano l’avvicinarsi di Kurtz mentre intorno alla barca il conflitto si sfa come un gomitolo in fiamme.

Una tigre emersa all’improvviso durante un’escursione in cerca di manghi spinge lo chef a pronunciare catatonicamente la frase: “non bisogna mai lasciare la barca” che ricorda un po’ il Mago di Oz un po’ Lo Hobbit e che subito Willard toglie dal contesto favolistico ricordandoci che il fine ultimo della sua missione la barca l’aveva mollata da un pezzo e non solo quella.

Dunque la barca resta l’ultimo scampolo di civiltà (e d’identità) di questi argonauti strafatti di acido ed erba che risalgono un Mekong ormai simile in tutto e per tutto ad un affluente infernale in una foresta che è in realtà un deserto interrotto qua e là da isole di luce artificiale dove soldati ormai impazziti sparano contro il nulla senza più prendere ordini da nessuno.

I primi piani imperlati di sudore, l’oblio tropicale che macera i pensieri e dilata le atmosfere in eterni tramonti maculati d’elicotteri, i sintetizzatori che si accordano alle urla dei soldati smarriti nel cèliniano “viaggio al termine della notte” ma senza la parola d’ordine per tornare a casa, disegnano un inferno dove il dentro e il fuori si confondono e quando una barca di contadini viene sterminata perché una bambina voleva solo nascondere un cucciolo, ecco che si entra nella parte finale del film.

La parentesi delle conigliette di Playboy, che aggiunge un tono grottesco ad un affresco essenzialmente tragico, non fa che aumentare il senso di disagio esistenziale in cui nuotano (letteralmente) i personaggi. Questo tentativo, abortito, di consolare le truppe col deus ex machina dello spettacolo hollywoodiano anticipa le finte sit-com di Oliver Stone in “Natural Born Killers” o le discariche abbellite ne “Il Coraggioso” di Johnny Deep (dove tralaltro fa un’apparizione anche Brando); la finzione tocca la rappresentazione ed Eros e Tanatos si sfiorano ma questo è il racconto d’un’ossessione e la carne non ha tempo per intrattenersi con la carne visto che l’appuntamento con la morte è sempre più vicino.

Il ponte di Do Long è la soglia, le colonne d’Ercole che conducono a Kurtz. Un ponte che viene distrutto e ricostruito di continuo con luci da giostra e traccianti nel cielo misti a bombe con una falange di militari di colore che ha perso ogni contatto con la realtà e spara contro la notte per non cadervi dentro.

Qui l’accompagnamento sonoro è musica per luna-park distorti, un carillon che rallenta fino all’agonia. Chissà se i Cure di “Pornography” ne hanno tratto spunto per canzoni come “Short term effect”.

“Siete nel buco del culo del mondo” è la frase che fa da diaframma fra il Vietnam-fisico e il Vietnam-mentale che si chiama Kurtz. Dal ponte in poi la musica si trasforma dapprima in un acuto stridere quindi in un basso cardiaco che guida la barca fra due ali di cadaveri e relitti d’elicottero in uno scenario di così assoluta perdizione da ricordare la funerea immobilità d’una poesia di Villon. Willard fiuta la presenza di Kurtz in questo bruegheliano “trionfo della morte” che, sfilando lentamente, consente ai naufraghi di percepire tutta la crudeltà sedimentata sulle rive del fiume come un’antica muffa.

Prima che una pioggia di frecce e proiettili investa la barca uccidendo il giovane Clean (Lawrence Fishborne) ed il pilota, violando di fatto  la barca che non è più luogo sacro nel territorio di Kurtz, i soldati commentano disgustati una pagina di giornale inviata loro per posta da casa dove si parla dell’atroce strage di Charles Manson e la loro stupita disapprovazione fra due sponde gremite di cadaveri la dice lunga sul livello d’alienazione raggiunto.

L’equipaggio si stupisce perché ancora identifica il male con la guerra mentre Willard tace ormai infettato dall’individualismo anarchico del colonnello Brando per cui Male e Bene o sono concetti universali oppure rientrano nell’ipocrita morale dei suoi superiori e non sono più degni di preoccupazione.

La voce registrata della madre di Clean che lo invita a fare attenzione e a tornare a casa sano e salvo diventa la paradossale omelia al ragazzo ormai privo di vita mentre, di lì a breve, in un paio di scene d’un’intensità pittorica quasi impressionista, prima il surfista allucinato abbandona in acqua la salma del giovane dopo averlo baciato in fronte come in un battesimo alla rovescia e poi la barca raggiunge la sua destinazione. Torna il basso cardiaco nella stupenda scena in cui la barca, ora guidata da Sheen (e non è un caso), penetra una folla di indigeni che li stanno aspettando muti ai piedi del tempio-casa di Kurtz dove in bianco campeggia la scritta:”Apocalypse:now”.

 

...continua domenica 14 agosto. Per scrivere all'autore overmovie@targatocn.it

 

De Mazan

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