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Click sulla Psicologia | 01 luglio 2020, 13:07

Un orologio, diverse esperienza: come percepiamo lo scorrere del tempo?

Il calendario ci comunica che siamo a luglio 2020, l’esplosione dell’emergenza Covid-19 risale a questo inverno. Per alcuni sembra un ricordo relativamente lontano, altri invece percepiscono questa cornice temporale come più prossima e recente

Un orologio, diverse esperienza: come percepiamo lo scorrere del tempo?

Il calendario ci comunica che siamo a Luglio 2020. L’esplosione dell’emergenza Covid-19 risale a questo inverno. Per alcuni sembra un ricordo relativamente lontano, altri invece percepiscono questa cornice temporale come più prossima e recente. 

L’esistenza di un tempo oggettivo, misurabile e quantificabile, e di una dimensione soggettiva non è sicuramente un’idea recente. Antichi pensatori greci prima, scienziati, filosofi e psicologi dopo, si sono occupati di studiare e indagare questo tema, che rimane tuttavia ancora in gran parte un mistero.

 

Sono stati identificati alcuni fattori che possono influenzare la nostra percezione soggettiva del tempo tra cui le emozioni. 

Stati emotivi “statici” come dolore, paura, tristezza e piacere rallentano la percezione del tempo, che viene soggettivamente interpretato come più dilatato. Emozioni “dinamiche” come rabbia e gioia, produrrebbero, al contrario, un’accelerazione temporale soggettiva degli eventi, facendoceli percepire come più veloci. Ciò avrebbe un valore evolutivo: nel caso della paura, ad esempio, la distorsione temporale ci consentirebbe di ricordare successivamente più dettagli rispetto a quell’esperienza, in modo da evitarla o affrontarla meglio in futuro.

Non solo, la presenza di stress psicofisici e traumi sono in grado di “congelare” la percezione temporale in chi ne è stato coinvolto. E’ questo il caso dello Stress Post-Traumatico in cui la persona è costretta a rivivere nel presente i ricordi legati all’evento traumatico, anche quando questi appartengono “oggettivamente” ad un tempo passato.

 

Anche l’età sembra ricoprire un ruolo importante. Gli adulti e i più anziani tendono generalmente a sperimentare una maggiore rapidità del succedersi degli eventi. Bambini e adolescenti, al contrario, percepiscono il tempo “a rallentatore”. Ciò accade in particolare quando viene chiesto di giudicare la durata di eventi accaduti negli ultimi anni. Una delle ipotesi per spiegare questa differenza risiede nel diverso “tasso di novità” nei due periodi di vita. Mentre da giovani ogni momento è un’occasione per sperimentarsi e il tempo risulta più “denso”, con l’età adulta subentra una maggiore ripetitività degli eventi che si traduce, a posteriori, nella sensazione che il tempo fugga più velocemente. 

 

Ma cosa succede nel nostro cervello? Le neuroscienze e la neuropsicologia indicano che come percepiamo il passare del tempo è legato a diverse funzioni cognitive. Il passato coinvolge la memoria; quando viviamo e giudichiamo il presente intervengono attenzione e memoria di lavoro. Infine, quando valutiamo e programmiamo il futuro, esercitiamo le funzioni esecutive e la memoria prospettica, indispensabili per portare a termine obiettivi pianificati. 

Inoltre, il nostro cervello sarebbe dotato di “cronomappe” che si occupano di decodificare e percepire lo scorrere del tempo e di scandire entità astratte come secondi, minuti, ore. Quando dobbiamo stimare la durata di un evento, si attivano specifiche porzioni dell’Area Supplementare Motoria (SMA), situata nel lobo frontale. Le parti anteriori si attivano quando dobbiamo riconoscere durate brevi, quelle posteriori si occupano di stimare tempistiche più lunghe, mentre per quelle intermedie verrebbero coinvolte porzioni di SMA situate tra le prime e le seconde. Abbiamo dunque delle vere e proprie mappe che non solo si trovano spazialmente vicine dal punto di vista anatomico, ma seguono anche una suddivisione temporale logica. 

Questa recente scoperta ha permesso di chiarire, in parte, come il nostro cervello percepisce e scandisce il tempo. Tuttavia, non è ancora chiaro se questa capacità coinvolga il “tempo oggettivo”, legato a parametri come secondi, minuti, ore o a quello “soggettivo”, relativo al nostro vissuto personale.

 

La percezione del tempo sembrerebbe anche influenzata dalle nostre condizioni biologiche e chimiche. Ad esempio la dopamina, neurotrasmettitore implicato nella regolazione dell’umore, nel piacere e nella novità, tende a produrre la sensazione per cui il tempo trascorre più velocemente. Pensiamo ad esempio al detto “il tempo vola quando ci si diverte” oppure al cosiddetto “effetto vacanza”: periodi caratterizzati da esperienze nuove e gradevoli saranno ricordati in modo più dettagliato e in modo diverso rispetto a routine ripetitive.

Durante il lockdown per alcune persone le giornate sembravano interminabili e tutte uguali. In questi casi, infatti, il cervello è stato privato di stimoli nuovi o gratificanti, producendo un calo di dopamina che ha causato un rallentamento del tempo percepito. Per una minoranza, invece, le giornate sono trascorse velocemente. O ancora, possiamo aver sperimentato oscillazioni tra questi due estremi nell’arco delle settimane, o addirittura nella stessa giornata.

 

Queste differenze soggettive nella percezione del tempo sono influenzate dalle emozioni, dall’età, dalle condizioni psico-biologiche, nonché dalla presenza o meno di novità e stimoli nell’ambiente in cui eravamo inseriti durante il periodo di lockdown.

L’esplosione della pandemia, le misure adottate e il clima di generale incertezza, infatti, hanno stravolto il nostro tempo “soggettivo”, dilatandolo e contraendolo a seconda dei casi, costringendoci a riflettere sul suo valore, a cambiarne la gestione o semplicemente a lasciarlo scorrere. Albert Einstein qualche anno fa scrisse: “il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che facciamo mentre passa”. Forse alla luce di quest’ esperienza comune e nonostante le differenze, ci troviamo a scoprire nelle nostre vite la concretezza e l’attualità di teorie a cui normalmente non diamo importanza.

 

Irene Artusio

Elisa Bosso

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